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astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
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ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale,
regionale, civico e familiare.
9. La politica prima
dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi
entusiasmi.
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| |
| nome |
John Ronald ReuEl |
| cognome |
Tolkien |
| periodo |
1892-1994 |
| opera
principale |
Il signore degli anelli |
| regione |
Gran Bretagna |
massime del Tolkien
J.R.R.
Tolkien
Chi è Tolkien
John Ronald Reuel Tolkien nasce da famiglia inglese il 3 gennaio 1892 a
Bloemfontein, in Sudafrica, due anni prima del fratello Hilary Arthur Reuel
(1894-1976). Nel 1895, i Tolkien tornano in Inghilterra. L’anno successivo muore
il capofamiglia, Arthur Reuel (1857-1896). Nel 1900 la vedova, Mabel Suffield,
si converte dall’anglicanesimo "alto" — conservatore — alla Chiesa cattolica con
i due figli, perciò le famiglie Suffield e Tolkien, protestanti, interrompono
ogni rapporto e ogni aiuto a lei e ai due orfani: nel 1904, ella muore a 34 anni
perché, per ragioni economiche, non ha potuto curarsi adeguatamente. Il futuro
filologo — riferisce il biografo Humphrey Carpenter — afferma: «“Mia madre è
stata veramente una martire; non a tutti Gesù concede di percorrere una strada
così facile, per arrivare ai suoi grandi doni, come ha concesso a Hilary e a me,
dandoci una madre che si uccise con la fatica e le preoccupazioni per
assicurarsi che noi crescessimo nella fede”. Ronald Tolkien scrisse queste
parole nove anni dopo la morte di sua madre. Ci indicano come egli associasse
alla madre la propria appartenenza alla Chiesa cattolica. Si potrebbe aggiungere
che, alla morte della mamma, la religione prese nei suoi affetti il posto che
lei aveva precedentemente occupato. La consolazione che gliene derivò fu sia
emozionale sia spirituale». Affidati a parenti e a conoscenti, gli orfani sono
seguiti da un sacerdote cattolico proveniente dalla cerchia dei collaboratori
del cardinale John Henry Newman (1801-1890). Nel 1910 Tolkien entra
all’università di Oxford, dove frequenta corsi di studi classici, nonché di
Lingua e Letteratura Inglesi, ottenendo il baccellierato con lode nel 1915. Il
22 marzo 1916 sposa Edith Bratt (1889-1971) con cui si era fidanzato nel 1914,
dopo la conversione della giovane dall’anglicanesimo al cattolicesimo; ne avrà
quattro figli: John Francis Reuel, nel 1917 — sacerdote cattolico dal febbraio
del 1946 —; Michael Hilary Reuel (1920-1984); Christopher Reuel, nato nel 1924;
e Priscilla Mary Reuel nel 1929.
Nel 1916, scoppiata la Grande Guerra, il futuro filologo combatte sulla Somme —
in Francia — come sottotenente, ma in novembre viene rimpatriato a causa della
"febbre da trincea". Convalescente, nel 1917 inizia la composizione di The Book
of Lost Tales, il grande affresco da cui derivano le sue opere narrative più
note. Tornato a Oxford, nel 1918 entra nell’équipe del New English Dictionary.
Nel 1919 è tutor universitario; nel 1920 lettore di Lingua Inglese
all’università di Leeds dove, nel 1924, è titolare della stessa cattedra. Nel
1925 è nominato alla cattedra Rawlinson e Bosworth di Anglosassone
all’università di Oxford, dove, dal 1945 al 1959, anno in cui lascia
l’insegnamento, è titolare della cattedra Merton di Lingua e Letteratura
Inglesi. Nel 1972 l’università di Oxford gli conferisce il dottorato ad honorem
in Lettere e il 2 settembre 1973, a 81 anni, Tolkien si spegne a Bournemouth e
la Messa funebre è celebrata dal figlio.
Nel 1926, Tolkien conosce l’anglista e scrittore Clive Staples Lewis
(1898-1963), con cui stringe lunga e profonda amicizia. Con altri, il filologo è
strumentale alla progressiva conversione dell’amico — almeno a partire dal 1929
— dall’ateismo al teismo, quindi all’anglicanesimo, deluso quando questi non
completerà il cammino passando al cattolicesimo. Tolkien e Lewis sono noti anche
come i principali animatori del club letterario oxfordiano degli Inklings,
grosso modo "gli scarabocchiatori".
Autore di opere scientifiche e di edizioni critiche di testi antichi — come A
Middle English Vocabulary, del 1922; l’edizione del manoscritto Ancrene Wisse:
The English Text of the Ancrene Riwle, del 1962; il contributo alla traduzione
della Jerusalem Bible, del 1966; le edizioni di Sir Gawain and the Green Knight,
Pearl, and Sir Orfeo, del 1975, in precedenza pubblicati separatamente; il
testo, tradotto e commentato, The Old English Exodus, del 1981; Finn and Hengest:
The Fragment and the Episode, del 1982, curato da Alan Bliss; e The Monsters and
the Critics and Other Essays, del 1983, curato dal figlio Christopher —, Tolkien
è però noto soprattutto per la narrativa, la poesia e la saggistica a queste
collegata. In quest’ambito altrettanto vasto, eccellono The Hobbit, del 1937;
The Lords of the Rings, del 1968, già apparso in volumi separati fra il 1954 e
il 1955; e The Silmarillion, del 1977. A questi si aggiungono Guide to the Names
in "The Lord of the Rings". A Tolkien Compass, curato da Jared Lobdell nel 1975,
nonché i testi incompiuti e le "prime versioni" che, dal 1983, il terzogenito
cura e pubblica nella serie The History of Middle-Earth giunta al nono volume.
Il vero Tolkien
Le opere del Tolkien narratore vengono pubblicate e divengono famose — a volte
originando un vero e proprio "culto della personalità", che il filologo non
incoraggia e che anzi detesta, rifugge e teme — negli anni 1960 e 1970,
contrassegnati dall’"alternativa", dalla psichedelia, dalla "fuga dalla realtà"
e dalla contestazione. Accanto alla commercializzazione, talora brutale, della
sua immagine, l’ideologizzazione di cui è fatto oggetto, anche in Italia,
produce distorsioni assurde, che interpretano The Lord of the Rings ora come
"bibbia" degli hippy; ora come testimonianza irrazionalista, puramente estetica,
"reazionaria" e addirittura "cripto-fascista"; ora come insieme di tesi e di
visioni neopagane, gnostiche ed esoteriche. Le opere tolkieniane sono, invece,
incentrate su un grande affresco, di carattere anche teologico, fondato su amor,
pietas e caritas, oltre che sul coraggio e sulla fortezza — compresi la
dedizione, l’abnegazione e l’eroismo anche dei "piccoli" —, che il filologo
ammirava nelle letterature classiche, nei racconti epici e mitologici, e nella
Bibbia. Formato ai valori più classici del patriottismo inglese, del
conservatorismo e della fede cattolica, Tolkien è assai lontano dalle
descrizioni — a volte vere caricature — proposte da certa critica forzata, che
ha fondamento solo in interpretazioni superficiali dei suoi motivi
d’ispirazione, dei suoi espedienti narrativi e della sua passione per il mito,
insieme emblema, esempio, modello, tipo e ideale. «Devo dire che tutto questo è
un mito — scrive Tolkien a proposito della propria narrativa —, e non una nuova
specie di religione o di visione». Ossia, «per quanto riguarda il puro
espediente narrativo, questo, naturalmente, mi è servito per cercare esseri
provvisti della stessa bellezza, dello stesso potere e della stessa maestà degli
dèi dell’alta mitologia, che possano però anche essere accettati, diciamo pure
audacemente, da chi creda nella Santa Trinità».
Il filologo presenta sé stesso un poco dappertutto nella propria produzione
letteraria, ma luogo privilegiato di autodescrizione della figura, dello spirito
e della produzione tolkieniane sono certamente il saggio On Fairy-Stories, del
1947, e l’epistolario, del 1981. Poco scrittore di fantasia della modernità e
molto più "raccoglitore" di narrazioni epiche, in Tolkien l’apporto creativo si
esplicita maggiormente nell’opera di "codificazione" e di trasmissione che non
in quella di produzione ex nihilo, dove il significato d’"invenzione" sta più
nell’etimo del termine — "trovata", "scoperta", "rinvenimento" — che non nel
senso corrente di "ideazione dal nulla" o in quello traslato di "bugia". Le sue
storie — non necessariamente fattuali, ma reali perché vere — sono prodotto di
"sub-creazione"; ovvero, della capacità poietica — produttrice e poetica —
dell’uomo che crea, partecipando della facoltà più importante del proprio
Creatore a immagine e somiglianza del quale è stato fatto. Dunque, la creazione
letteraria come produzione umana che è imitatio Dei e cantico del e
all’Altissimo, nonché uso dei talenti in una vita vissuta — militia super terram,
nel senso più vasto — per tessere le lodi del Signore, a Lui ritornare e a Lui
offrire la consecratio mundi. Strumento è la parola umana il cui inscindibile e
profondo legame con il Verbo di Dio fattosi carne non sfugge a Tolkien filologo
e narratore. «Io pretenderei — scrive —, se non pensassi che fosse presuntuoso
da parte di una persona così mal istruita, di avere come obiettivo quello di
dimostrare la verità e di incoraggiare i buoni principi morali in questo nostro
mondo, attraverso l’antico espediente di esemplificarli attraverso
personificazioni diverse, che alla fine tendono a farli capire».
Del resto è Tolkien stesso a osservare: «Il Signore degli Anelli è
fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero
consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non
ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la
"religione", oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché
l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto
così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà.
Perché a dir la verità io consciamente ho programmato molto poco: e dovrei
essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in
una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so».
Sottolineando l’importanza dello «Scrittore della Storia (e non alludo a me
stesso) "l’unica persona sempre presente che non è mai assente e mai viene
nominata" (come ha detto un critico)», Tolkien osserva: «Nel Signore degli
Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è
compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini».
Apertamente egli peraltro afferma: «[...] sono un cristiano (cosa che può anche
essere dedotta dalle mie storie), anzi un cattolico. Quest’ultimo fatto forse
non può essere dedotto dalle mie storie; benché un critico [...] abbia affermato
che le invocazioni di Elbereth e la figura di Galadriel nelle descrizioni
dirette [...] siano chiaramente collegate alla devozione cattolica a Maria. Un
altro ha visto nel pane da viaggio (lembas) un viaticum e nel fatto che nutre la
volontà [...] e che è più efficace quando si è digiuni un riferimento all’Eucarestia.
(Cioè: la gente indugia in cose molto elevate anche quando si occupa di cose
meno elevate come una storia fantastica)». Cattolica è anche l’estetica dello
scrittore, che parla di "[...] Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia
piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità».
Dunque, completamente errata e fuori luogo è la pretesa di fare di Tolkien un
“neopagano”: «Al di là di questa [...] vita oscura [...], io ti propongo l’unica
grande cosa da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento — scrive sempre il
filologo in una lettera al figlio Christopher —. [...] Qui troverai avventura,
gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra,
e più di questo: la morte».
Tratto da Marco Respinti,
"Chi è Tolkien"
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