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5. Concretezza delle tradizioni anziché
astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
7. Identità intese come
ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale,
regionale, civico e familiare.
9. La politica prima
dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi
entusiasmi.
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| |
| nome |
Luigi |
| cognome |
Taparelli D'azeglio |
| periodo |
1793-1862 |
| opera
principale |
filosofia della politica |
| regione |
Piemonte |
MASSIME DEL TAPARELLI D'AZELIO
Luigi Taparelli
d’Azeglio
1. La vita e le opere
Prospero Taparelli — che, indossando l’abito religioso, assumerà il nome di
Luigi come segno di devozione per san Luigi Gonzaga (1568-1591) — nasce a Torino
il 24 novembre 1793, quarto degli otto figli di Cesare (1763-1830), conte di
Legnasco e marchese di Montanera e d’Azeglio, e di Cristina Morozzo di Bianzé
(1770-1838). Nel 1800 il padre — animatore in Piemonte delle Amicizie
Cattoliche, sorte dall’iniziativa del venerabile Pio Bruno Lanteri (1759-1830),
e fondatore del giornale l’Amico d’Italia — si trasferisce in Toscana in seguito
all’avanzata delle armate di Napoleone Bonaparte (1769-1815), e il giovane
Prospero compie i primi studi al Collegio Tolomei di Siena, retto dai padri
scolopi, dove conosce il conte Clemente Solaro della Margarita (1792-1869),
futuro segretario di Stato per gli Affari Esteri del regno di Sardegna. Nel
1807, in seguito a un editto dell’imperatore francese, che intima il ritorno in
patria ai sudditi piemontesi residenti all’estero, rientra nella sua città, dove
continua gli studi all’Accademia, l’ateneo torinese, conseguendo il diploma in
Magistero nel 1809. Chiamato alla scuola militare di St.-Cyr, a Parigi, dopo
sette mesi ottiene la dispensa dalle armi e può dedicarsi agli studi sacri nel
seminario di Torino, rispondendo alla vocazione sacerdotale rivelatasi in modo
folgorante in occasione di un breve corso di esercizi spirituali guidati da don
Lanteri. Sceglie quindi la vita religiosa ed entra nella Compagnia di Gesù il 12
novembre 1814, qualche mese dopo la sua ricostituzione per opera di Papa Pio VII
(1800-1823).
Compie il tirocinio ordinario presso il noviziato di Sant’Andrea al Quirinale, a
Roma, quindi, nel 1818, è ministro del Collegio di Novara — di cui sarà rettore
dal 1822 al 1824 — e il 25 marzo 1820 viene ordinato sacerdote dallo zio, il
cardinale Giuseppe Morozzo della Rocca (1758-1842), vescovo di quella diocesi.
Dal 1824 al 1829 è rettore del Collegio Romano, meglio noto come Università
Gregoriana, dove avvia l’opera di rinascita della filosofia scolastica, alla
quale si dedicherà con cura particolare durante gli anni in cui è preposito
provinciale di Napoli, dal 1829 al 1833. Viene quindi destinato al Collegio
Massimo di Palermo, dove vivrà per quindici anni consecutivi e svolgerà i più
disparati compiti — da direttore spirituale a insegnante di lingua francese, da
direttore della cappella musicale a professore di Diritto Naturale —, mettendo a
frutto i suoi straordinari talenti.
Collabora per alcuni anni a La Scienza e la Fede, il battagliero periodico
cattolico fondato a Napoli, nel 1841, dal filosofo Gaetano Sanseverino
(1811-1865) e dal gesuita Matteo Liberatore (1810-1892), e nel 1843 dà alle
stampe il Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato al fatto, vera
enciclopedia di morale, di diritto e di scienza politica, ampliato e
perfezionato fino all’edizione definitiva del 1855, in cui è notevole, e
dichiarato, l’influsso delle tesi del diplomatico savoiardo conte Joseph de
Maistre (1753-1821) e del pensatore e uomo politico svizzero Carl Ludwig von
Haller (1768-1854). Negli anni seguenti guarda con simpatia al movimento
neoguelfo di Vincenzo Gioberti (1801-1852) — che aspira a creare uno Stato
federativo italiano guidato moralmente, se non politicamente, dal Pontefice —,
ma non condivide il carattere di assolutezza che i cattolici liberali
attribuivano al principio di nazionalità. Sulla questione interviene con
l’opuscolo Della Nazionalità — concepito come un’annotazione da inserire nella
quarta edizione del suo Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato al
fatto, pubblicato autonomamente nel 1847 e poi ristampato in un’edizione
accresciuta nel 1849 —, attirandosi le critiche dei fratelli Roberto (1790-1862)
e Massimo (1798-1866) e dello stesso Gioberti, i quali crederanno erroneamente
che la nota fosse stata sollecitata dalla Compagnia di Gesù per compiacere
l’impero asburgico.
Nel 1848 sostiene il programma autonomistico dei palermitani insorti contro lo
Stato accentratore nato dalla tradizione illuministica del Mezzogiorno
continentale, illudendosi di assistere alla liberazione della Chiesa dai lacci
del giurisdizionalismo e al ritorno del primato della società civile sullo
Stato. In quell’occasione auspica la costituzione di comitati di laici, formati
da "[...] cattolici arditi, periti delle forme costituzionali, zelanti pel bene
della Chiesa [...], i quali assumano l’incarico di farsi motori e di guidare con
prudenza e con fermezza il senso cattolico delle moltitudini". Anche la
rivoluzione siciliana, però, imbocca la via della persecuzione antigesuitica e
padre Taparelli è costretto a rifugiarsi in Piemonte e poi a Marsiglia.
Nel 1850 viene chiamato a Napoli e poi a Roma per collaborare a La Civiltà
Cattolica, la rivista sorta per desiderio di Papa Pio IX (1846-1878) e fondata
il 6 aprile di quell’anno dal gesuita Carlo Maria Curci (1810-1891), la quale
recherà un contributo decisivo al Sillabo — l’elenco "dei principali errori
dell’età nostra", pubblicato l’8 dicembre 1864 —, al Concilio Ecumenico Vaticano
I (1869-1870) e soprattutto all’opera di restaurazione della filosofia tomista,
che avrà il suo coronamento sotto il pontificato di Leone XIII (1878-1903).
Padre Taparelli, redattore per la sezione filosofica e sociale, vi svolge in
oltre duecento articoli — raccolti in parte nell’Esame critico degli ordini
rappresentativi nella società moderna, del 1854 — una critica acuta del
liberalismo filosofico e politico, diventando il "martello delle concezioni
liberali", secondo la felice definizione del padre gesuita Antonio Messineo
(1897-1978). Negli ultimi anni tratta anche di economia, riconducendo la materia
nella più ampia cerchia dell’ordine morale, giacché il criterio del profitto non
può essere considerato assoluto ma deve essere sottoposto a criteri morali, in
particolare a quelli connessi con il principio di solidarietà.
Superiore della Casa degli Scrittori de La Civiltà Cattolica e direttore della
rivista, muore a Roma il 21 settembre 1862.
2. La critica dello Stato moderno
Con i suoi scritti padre Taparelli svolge una critica serrata dello Stato
moderno, che tende a subordinare tutta la vita sociale all’impero della legge
civile, sottoposta a sua volta all’arbitrio e al capriccio delle moltitudini.
Giudica gli ordini rappresentativi moderni riprovevoli non in sé ma per lo
spirito individualistico che li pervade, mettendo in luce la loro filiazione dal
protestantesimo e il nesso fra la Riforma luterana e tutte le esperienze
politiche moderne, fondate sul diritto di critica radicale e di rivolta.
La speculazione taparelliana muove dalla società civile, composta
necessariamente di società minori, che non sono organismi amministrativi bensì
naturali, i quali "[...] debbono concorrere al bene comune della maggior società
e, concorrendovi, trovare in lei la perfezione dell’esser loro e della loro
operazione". La società ha diritti peculiari inalienabili e funzioni
insopprimibili, così che "[...] ridurre ogni parte sotto l’unico influsso del
governo centrale, [...] è altrettanto che pretendere di unizzare il corpo umano
togliendo a ciascun membro la sua forza e tessuto speciale". Lo Stato, dunque,
deve rispettare l’autonomia della società e garantire lo sviluppo degli enti
intermedi secondo il loro interesse: "[...] né io so finir di meravigliarmi —
osserva polemicamente nell’opuscolo Legge fondamentale d’organizzazione della
società, scritto nel 1848 — che il Beccaria abbia potuto disconoscere codesta
legge organica, abbia voluto distruggerne perfin la memoria, riducendo ogni
società a semplici individui raggranellati. E chi non vede che codesta idea
desolatrice è appunto la base razionale di quel centralismo tirannico, che,
sotto il randello dei giacobini e poi sotto la scimitarra napoleonica, sfrantumò
in minutissima polvere ogni organismo sociale, sostituendolo con una catena
infinita di mandatari imperiali a quelle autorità paterne che soleano governare,
ciascuna con autorità sua propria, e membri organici della nazione?".
3. La polemica sulla nazionalità
Padre Taparelli individua scolasticamente l’essenza della nazionalità nella
comunità di origine e di lingua e la sua forma nel territorio e nelle
istituzioni politiche e sociali, "accidentali nella modificazione — cioè
variabili storicamente — giacché una stessa nazione può variarli senza perdere
la sua nazionalità". Perciò sostiene che l’indipendenza non è un attributo
essenziale della nazionalità e distingue due casi nella condizione dei popoli:
il caso di "soggezione debita" a un principe straniero, quando "[...] un dritto
riconosciuto ab antico dalla nazione, autenticato dalle transazioni nazionali,
usato giustamente da chi n’è investito, tenga da lungo tempo una nazione o
qualche sua parte sotto la dipendenza d’un’altra" e quel sovrano ne rispetta la
lingua, la cultura e le istituzioni; e il caso di "soggezione indebita",
condizione nella quale è lecito aspirare all’indipendenza, anche se "[...] il
modo di procacciarla vien determinato dai dritti de’ popoli confinanti". Il
primato del diritto costituito non ostacola l’esplicazione della nazionalità,
che tende spesso a darsi un’unità distinta e autonoma, mirando anche
all’indipendenza: "Ma questa tendenza lentamente matura e progredisce in mezzo
ad un conserto complicatissimo di dritti e doveri civili, politici e religiosi;
i quali costituir possono legittima dipendenza di questa o quella gente da altre
autorità. [...] Il diritto all’indipendenza trovasi così nella medesima
condizione di tutto il sociale ordinamento, anzi di tutte le leggi morali,
assolute nell’ordine loro astratto, contingenti e mutabili nella pratica loro
applicazione".
Contesta, quindi, "[...] cotesto vezzo di esortare le nazioni a farsi e
rimproverare loro di non essersi fatte", perché l’unità politica non è un fine
ma un mezzo, ordinato al miglior perseguimento del fine dello Stato, cioè la
difesa della soggettività della nazione in un determinato frangente della vita
nazionale e internazionale, e, pur potendo essere un bene, non è tale da poter
essere perseguita contro la tradizione e i valori spirituali e civili che la
nazione veicola e di cui la nazione vive.
Anche il concetto di nazione è contingente "[...] giacché‚ chi non vede essere
oggidì le Nazioni tutt’altre da quelle che furono? E chi assicura che non
saranno fra un secolo tutte altre da quelle che or sono? Si parla di confini
naturali; ma la terra poco più poco meno è sempre la stessa: e i confini
naturali quante volte mutaronsi! [...] Or chi sa dirmi quali mutazioni avranno
prodotte fra un secolo le locomotive e i telegrafi, le associazioni e le libertà
politiche? [...] Tutto è contingenza, tutto eventualità nell’applicazione
concreta dell’ideale Nazione: toglietene la costante, l’invariabile norma del
diritto, e ridurrete ogni ordine pubblico a barcollare perpetuamente sopra
l’onde burrascose delle vicende".
Nel caso italiano la nazione presenta elementi costitutivi di un’unità
precedente quella territoriale e politica: "Questa Italia già esiste — scrive
nel 1857, recensendo il libro del cugino Cesare Balbo (1789-1853) Della
Monarchia rappresentativa in Italia. Saggi politici — ed ha dalla sua religione
principalmente, e poi dalla sua lingua, dai suoi interessi e da mille altre
relazioni che cotesti tre elementi producono, quella unità, senza la quale non
sarebbe nominabile, né intelligibile (e come potreste dire Italia se Italia non
fosse?). Ma poiché essa non è fatta a seconda delle utopie multiformi de’ suoi
rigeneratori, essi vogliono ad ogni costo acconciarla a modo loro; e — prevede
lucidamente — vi assicuriamo che l’acconceranno per le feste".
________________________________________
Per approfondire: sul padre gesuita vedi Luigi Di Rosa, Luigi Taparelli. L’altro
d’Azeglio, Cisalpino, Milano 1993; Gabriele De Rosa, I Gesuiti in Sicilia e la
rivoluzione del ‘48, con documenti sulla condotta della Compagnia di Gesù e
scritti inediti di Luigi Taparelli d’Azeglio, Edizioni di Storia e Letteratura,
Roma 1963; Gianfranco Legitimo, Sociologi cattolici italiani. De Maistre -
Taparelli - Toniolo, Volpe, Roma 1963, pp. 30-51; e A. Messineo S.J., Il P.
Luigi Taparelli d’Azeglio e il Risorgimento italiano, in La Civiltà Cattolica,
anno 99, vol. 3°, quaderno 2356, 21/8/1948, pp. 373-386; e quaderno 2357,
4-9-1948, pp. 492-502. Di padre Taparelli d’Azeglio vedi il Saggio teoretico di
diritto naturale appoggiato sul fatto, ristampa della quarta edizione corretta e
accresciuta, Civiltà Cattolica, Roma 1949, 2 voll; la Legge fondamentale
d’organizzazione nella società, in G. De Rosa, op. cit., pp. 166-188; La libertà
tirannia. Saggi sul liberalesimo risorgimentale, Edizioni di Restaurazione
Spirituale, Piacenza 1960, raccolta di articoli pubblicati su La Civiltà
Cattolica nel 1861, a cura di Carlo Emanuele Manfredi e Giovanni Cantoni; e
un’ampia antologia, in G. Legitimo, op. cit., pp. 137-253.
Tratto da :
Francesco Pappalardo, in"Voci per un Dizionario del Pensiero Forte"
(www.alleanzacattolica.org)
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