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astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
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ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale,
regionale, civico e familiare.
9. La politica prima
dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi
entusiasmi.
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| |
| nome |
Giuseppe |
| cognome |
Conte De Maistre |
| periodo |
1753-1821 |
| opera
principale |
Du Pape |
| regione |
Savoia |
massime del De maistre
Joseph De Maistre
Laureatosi in giurisprudenza a Torino, poi membro della magistratura del suo
paese natale, Joseph de Maistre (1753-1821) è in gioventù massone, adepto di una
loggia legata all'esoterismo martinista; saluta con un certo favore le prime
fasi della Rivoluzione francese, fin tanto che questa gli pare consistere nella
richiesta di una costituzione moderata di tipo inglese, ma dopo la proclamazione
dei diritti dell'uomo assume verso di essa atteggiamenti di radicale ostilità;
quando le truppe francesi invadono la Savoia nel 1792, fugge in esilio in
Svizzera, dove scrive le Lettres d'un royaliste savoisien (1793) e dove pubblica
le Considérations sur la France (1796). Serve poi l'amministrazione savoiarda in
Sardegna, e come plenipotenziario a Pietroburgo, fino al 1817. Per comprendere
il fenomeno rivoluzionario Maistre elabora una teoria ampia e articolata, anche
se non sistematica, della politica, della religione, e dei rapporti fra ordine,
natura, storia, legittimità del potere, così che la sua interpretazione della
Rivoluzione non può essere disgiunta dall'esame, anche se sommario, di buona
parte della sua prestazione teorica, che dalla Rivoluzione è condizionata almeno
quanto a genesi polemica. Fin dai primi scritti dell'esilio - e particolarmente
nelle Considerazioni, che ebbero una certa notorietà - l'interpretazione
maistriana della Rivoluzione è completa, convinta e pienamente articolata: la
produzione successiva non porterà, al riguardo, che variazioni marginali, o
approfondimenti nella direzione di una teoria generale della politica e della
storia. Nelle Considerazioni si afferma infatti che "la rivoluzione francese,
senza dubbio, ha percorso un cammino i cui momenti non si somigliano tutti;
però, nel fondo, la sua natura non è mai cambiata, e fin dalla culla ha mostrato
tutto quel che sarebbe stata"; a partire dall'abolizione dei privilegi cetuali,
attraverso la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, la proclamazione della
repubblica, il regicidio e il Terrore, fino alla fase termidoriana e
direttoriale (il colpo di Stato del 27 luglio 1794 consiste, secondo l'autore,
solo in questo, che "alcuni scellerati hanno ucciso altri scellerati") per
giungere - negli scritti più tardi - a tutto il periodo napoleonico, non si
tratta per Maistre che di un'unica catena di crimini, di un'unica strutturale
instabilità istituzionale, storica, morale, che al di là delle analisi
differenziate, legate alla concretezza degli sviluppi effettuali, ha un'unica
origine ed un'unica spiegazione.
E’ convinzione di Maistre che non ci possa essere discontinuità fra teoria e
prassi; ciò lo porta a sostenere che un ordine politico sussiste solo grazie a
fondamenti metafisici, e che, ove questi siano corrotti, ne risulta
immediatamente corrotta anche la dimensione concreta della politica (emerge qui
il cosciente rifiuto maistriano della moderna separazione di morale e potere, di
religione e politica). Gli antecedenti della Rivoluzione stanno quindi per
Maistre nella dimensione religiosa e metafisica, cioè nell'incontro fra l'antica
tradizione dell'ateismo scettico e il razionalismo rivoluzionario di origine
protestante; quell'incontro ha dato origine ad una filosofia - il razionalismo
illuministico e individualistico - radicalmente erronea tanto sul piano teorico
quanto nelle sue conseguenze politiche Queste sono l'assolutismo ma anche il
contrattualismo e le teorie della sovranità popolare e della rivoluzione che
Maistre pone in reciproca continuità, al di là delle loro apparenti e
transitorie opposizioni: infatti, l'antica costituzione del regno francese e la
tradizionale struttura cetuale dell'ordinamento politico - particolarmente le
sue "colonne", il clero e la nobiltà - sono state, secondo Maistre, poste in
crisi tanto dall'azione del potere regio fattosi assoluto e razionalistico
quanto dall' azione prima teorica e poi pratica dei philosophes e della loro
ragione libertina e atea: la Rivoluzione sopravviene quindi, per lui, in un
paese già corrotto, come compimento di un progetto di lunga data, il progetto
moderno.
Il nucleo della modernità è individuato da Maistre nella volontà di uscire dallo
stato di natura attraverso l'uso autonomo e individualistico della ragione, cioè
nello sforzo di ricreare l'uomo ex novo e di negare quindi i principi naturali
dell'ordine sociale. Questi, secondo Maistre, consistono in primo luogo nella
relazione fondativa, immediata e diretta, fra trascendenza e potere politico, e
nella conseguente impossibilità, per la ragione umana, di creare una stabile
forma politica al di fuori di quella sanzionata dalla religione. Quest'ultima ha
per lui il ruolo di confermare e di legittimare il fatto che le leggi
dell'ordine politico sono naturali, in quanto create, volute e mantenute da Dio,
almeno per l'essenziale, cioè per la subordinazione degli uomini ad un potere a
cui non si può richiedere di esibire una legittimazione razionale nel senso
moderno (ma è da notare che Maistre non intende per nulla elaborare una
filosofia politica irrazionalistica: la ragione ha per lui il compito di
riconoscere la struttura " autentica" del reale).
Sulla base del presupposto che l'ordine politico è metafisicamente fondato e che
l'uomo non può crearne i fondamenti, Maistre si oppone quindi alla dicotomia
moderna natura/artificio ed alle relative teorie individualistiche e
contrattualistiche. L'uomo moderno è così da Maistre elevato a protagonista,
almeno negativo, dell'evento rivoluzionario e dei suoi antecedenti: è opera sua
quella rivendicazione di libertà individuale che - inappagata nello Stato
assoluto, che tuttavia la prepara - è all'origine della rivoluzione e del suo
disordine radicale; questa, infatti, sovverte la naturale costituzione morale
(con la pretesa centralità del soggetto e della sua ragione), economica (e a
questo riguardo Maistre condanna la pratica degli assegnati, come distruttrice
del buon diritto antico e come frutto di uno spirito puramente possessivo) e
politica (come è testimoniato dal vano susseguirsi di costituzioni che
caratterizza la Rivoluzione francese) A fronte dell'intrinseca incapacità della
rivoluzione di costruire un ordine stabile e duraturo, Maistre sostiene che non
devono essere assemblee e leggi innovative a dettare la costituzione di un
popolo, ma che questa si deve manifestare come " religione nazionale", come "
fede politica", cioè come "annientamento dei dogmi individuali e come regno
assoluto e generale dei dogmi nazionali, cioè dei pregiudizi utili". Un potere
che si pretende, come quello moderno e popolare, fondato solo sui diritti dei
singoli, è quindi per Maistre illegittimo e instabile; è allora significativo
che uno dei bersagli privilegiati della critica maistriana sia la nozione
rivoluzionaria di "rappresentanza nazionale", con i suoi presupposti
costruttivistici, ugualitari e individualistici, a cui l'autore contrappone la
rappresentanza medievale, anticoncettuale e articolata per differenze organiche
e naturali. E' questo l'aspetto tradizionalistico del pensiero di Maistre e
della sua interpretazione della Rivoluzione, riconducibile al rifiuto integrale
e frontale dei "principi dell'Ottantanove" e all'affermazione della necessità
dei loro esiti negativi; all'interno di una struttura argomentativa rigidamente
dicotomica, la rivoluzione, per Maistre, oblia l'autorità per sostituirvi il
puro potere dispotico della sovranità popolare, distrugge ogni legittimità
sostituendola con il mero esercizio della legalità, e, infine, pretende che il
nuovo sia come tale superiore al vecchio. In essa egli vede un crimine non solo
verso l'Antico Regime - non amato per le sue componenti assolutistiche e
libertine ma soprattutto contro un ordine eterno che garantiva all'uomo un
concreto e sensato "posto" nella scala gerarchica del cosmo morale e politico:
quel crimine è quindi, prima di tutto, un'empietà. Confluiscono in questo
sistema argomentativo tanto la tradizione dell'apologetica cattolica di Bossuet
e di Fontenelle e della polemica antilibertina di Garasse, quanto la ripresa
delle tesi dì Boulainvflliers sulla classe nobiliare come depositaria
dell'antica libertà franco-germanica, piegate da Maistre a dimostrare
l'impossibilità della libertà politica quando non sia garantita dalla
tradizione; ma è soprattutto evidente il debito di Maistre, insieme però a
importanti differenze, rispetto alle argomentazioni di Burke e di Barruel. E di
chiarissima e conclamata origine burkiana, infatti, il far risalire
l'instabilità intrinseca del fenomeno rivoluzionario all'astratta pretesa di
rinunciare alla concretezza delle istituzioni tradizionali, per sostituirvi i
dettami di una ragione che si pretende valida universalmente per tutti gli
uomini. Ma è da sottolineare che il nucleo delle argomentazioni dei due
controrivoluzionari differisce radicalmente: la logica del whig, infatti, è già
protostoricistica e si affida in ogni caso ad una nozione di "perfettibilità"
dell'uomo e delle istituzioni realmente dinamica, anche se il dinamismo non è
individuato nel cosciente progetto razionale, quanto piuttosto nelle
modificazioni che il longum tempus introduce nelle istituzioni tradizionali che
ogni popolo si è formato reagendo alle diverse sfide della storia e della
geografia; per Maistre, invece, la storia è solo "il primo ministro di Dio in
questo mondo", è la "politica sperimentale", nel senso che in essa, nella
durata, si rivelano verità metastoriche, cioè la forma e i contenuti dell'ordine
naturale in quanto tale voluto da Dio e sostanzialmente immutabile: la
"perfettibilità" che Maistre contrappone al sogno moderno di riformare
radicalmente la natura e di creare una società artificiale consiste soltanto nel
fatto che gli uomini, nel corso della storia, sempre meglio possono prendere
consapevolezza delle verità metastoriche dell'ordine naturale (tesi, questa, che
ha origine da Malebranche). Balza poi evidente la discontinuità delle posizioni
di Maistre rispetto a quelle dell'abate Barruel: questi, nei Memoires pour
servir à l'histoire du jacobinisme, sostiene la tesi del complotto
massonico-illuministico come causa della Rivoluzione, che da quello sarebbe
stata preparata e prevista in ogni particolare. Al contrario, Maistre, pur
riconoscendo la razionalità moderna e i suoi fautori all'origine della
Rivoluzione, afferma, nella sua tesi più originale, che la rivoluzione è non
solo un sistema unitario, ma anche e soprattutto un soggetto attivo, animato da
dinamiche sue proprie e in un certo senso necessarie, pur nella loro
inconsistenza ontologica, e tali da trascendere ogni calcolo umano. Questa tesi
è sostenuta da Maistre attraverso l'affermazione che la rivoluzione ha caratteri
miracolosi, a un tempo satanici e provvidenziali, in un contesto argomentativo
non di pacata interpretazione scientifica ma di stupefatta partecipazione
emotiva. Infatti, già dal loro inizio le Considerazioni affermano che "in alcune
epoche vediamo azioni sospese, cause paralizzate ed effetti nuovi" e che, "forza
travolgente che piega tutti gli ostacoli", evento " ineluttabile", la
rivoluzione è definibile solo come un " miracolo". Con ciò Maistre non vuole
certo sostenere l'irresponsabilità o l'innocenza dei rivoluzionari - anzi, tutta
la Francia è colpevole in solido dell'empietà rivoluzionaria e del regicidio
-quanto piuttosto vuole sottolineare il lato a suo parere enigmatico della
Rivoluzione, cioè che essa è un effetto sproporzionato rispetto alle cause: se
fosse solo dovuta all'accecamento delle menti umane - sempre possibile, dopo il
peccato originale la Rivoluzione non potrebbe infatti, a rigore, avere la forza
di sovvertire un ordine stabile, voluto da Dio, immanente alla natura, sancito
dalla storia, ma dovrebbe anzi automaticamente ricadere all'interno della
necessità dell'ordine e del potere. Allora, proprio la durata e gli apparenti
successi della Rivoluzione testimoniano per Maistre che questa è un miracolo,
nel senso che è voluta direttamente da Dio, il quale ha permesso che le forze
sataniche che rendono l'uomo ribelle trionfassero (cosa altrimenti impossibile),
allo scopo provvidenziale di punire la corruzione dell'Antico Regime e la follia
razionalistico-protestante moderna, che ne è quindi l'origine ma non
propriamente la causa autentica. E il "mondo fantastico" evocato dalla "magia
nera" della Rivoluzione acquisisce infatti, secondo Maistre, momentanea realtà
allo scopo non solo di castigare la Francia (la teoria della reversibilità della
colpa e della pena rende di fatto tutti gli uomini peccatori e punibili) ma
anche di rigenerarla: "il comitato di salute pubblica, che fu un miracolo, il
cui spirito ancora vince le battaglie", ha ricoperto il ruolo che Dio gli ha
assegnato, di cui, peraltro, i Giacobini non sono consapevoli, essendo solo
strumenti; il ruolo, cioè, di salvate la Francia dagli attacchi delle potenze
europee e di preservarla in vista della controrivoluzione che da essa dovrà
irradiarsi su tutta l'Europa per ricristianizzarla. Emerge qui la caratteristica
principale - dal punto di vista del metodo dell'interpretazione maistriana della
Rivoluzione, di essere cioè contrapposizione frontale rispetto ai principi
"satanici" che l'hanno determinata, e al tempo stesso di volerli interamente
ricomprendere in una teoria della storia non solo antimoderna ma anche
complessivamente positiva. Che la Rivoluzione sia, per Maistre, un'"epoca", non
implica che egli coscientemente si adegui alla moderna semantica del termine
"rivoluzione "e alle categorie di "rottura" e di tempo lineare e progressivo che
vi sono implicite: la rivoluzione è da Maistre interpretata nella tradizionale
ottica etimologica di "allontanamento" e di necessario "ritorno" rispetto ad un
centro fisso (l'ordine metafisicamente fondato) attorno a cui ruota una storia a
un tempo sacra e naturale. La Rivoluzione francese non ha in sé la propria
spiegazione e il proprio fine: i suoi fini sono sottoposti ad una provvidenziale
eterogenesi che garantisce implicitamente la palingenesi; il preteso progresso
storico dei Lumi è così reinterpretato da Maistre all'interno di una vera e
propria teodicea di cui quello non costituisce che un brano rispetto al quale la
vera rivoluzione sarà il sicuro ristabilirsi contro l'astrattezza dei diritti
dell'uomo e dopo un "secolo di futilità criminali" - della serietà ordinata dei
"diritti di Dio". La vicenda rivoluzionaria ha quindi un esito "positivo"
garantito a priori, anche se il pathos controrivoluzionario maistriano assurge
in qualche caso a vertici di angoscia (si ricordi, ad esempio, la celebre
affermazione "io muoio insieme all'Europa") contraddittoria rispetto alla sua
teodicea che in quanto tale vorrebbe sottrarsi sia ad ogni disperazione sia alle
dicotomie destra/sinistra, conservazione/progresso. La stessa controrivoluzione,
quindi, non è per Maistre un'ideologia concorrenziale di quella rivoluzionaria,
e neppure, a rigore, un'attività politica in senso proprio: in quanto "contrario
della rivoluzione " essa è automatico ristabilimento dell'ordine tradizionale
cristiano. Naturalmente, gli aspetti di "destra" del pensiero di Maistre -
oggettivamente inevitabili - sono evidentissimi per la critica liberale, ad
esempio di Benjamin Constant, che dell'autore fa un esempio di cieco passatismo.
Ma, oltre che essere un idolo polemico per la cultura "progressiva",
l'interpretazione maistriana della Rivoluzione ha un'efficacia storica che si
articola su quattro direttrici principali: è in primo luogo una delle fonti
privilegiate del legittimismo tradizionalistico, e come tale nutrirà di
suggestioni gran parte della cultura "retrograda" dei cattolici del XIX secolo
(per l'Italia, si ricorderanno solo, a titolo d'esempio, Taparelli d'Azeglio e
Monaldo Leopardi) e in generale, ma a prezzo di una forte decontestualizzazione
(in senso più spesso storicistico) dei suoi argomenti dal quadro metafisico che
li caratterizza, fornirà spunti a tutto il pensiero conservatore europeo e alla
sua capacità "riflessiva" (superiore, secondo Mannheim, a quella "ingenua" del
tradizionalismo) di criticare le tendenze degenerative della moderna
razionalizzazione; in secondo luogo, nella tesi maistriana secondo cui la
Rivoluzione instaura un " mondo fantastico " si può vedere un prodromo della
piu' elaborata intuizione di Cochin sulla Rivoluzione come tentativo di
costruire una "società immaginaria", e in generale un'anticipazione - pur nella
ovvia distanza ideologica - degli sforzi della recente storiografia
revisionistica di uscire dalle letture apologetiche della Rivoluzione; in terzo
luogo, Maistre è stato assunto dalla destra radicale di Maurras - con ancora
maggiore stravolgimento della ratio del suo pensiero - come un ideologo a cui si
deve l'idea di uno scontro frontale e decisivo fra controrivoluzione e spirito
rivoluzionario; infine, teorici politici come Carì Schrnitt e altri studiosi a
diverso titolo a lui collegati, di Maistre accolgono non certo la teodicea,
quanto piuttosto l'indicazione metodologica che la Rivoluzione francese apra un
periodo storico caratterizzato da radicali difficoltà per quanto da la
legittimazione degli ordini politici (liberalismo, democrazia, socialismo): i
problemi che ne derivano potrebbero essere interpretati, in sede di storia delle
idee e dei concetti politici, anche attraverso l'indagine (priva però del pathos
tipicamente controrivoluzionario) del grado di consapevolezza specificamente
metafisica con cui le argomentazioni giuridico-politiche cercano di legittimare
gli assetti politici postrivoluzionari e secolarizzati.
Tratto da: Carlo Galli, in filosofico.net
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