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Manifesto delle identità
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1.Patria
intesa come Terra dei Padri.
2. Le origini valgono più
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3. Più dei tempi contano i
luoghi.
4. Elogio delle benefiche
disuguaglianze contro l’appiattimento egualitario.
5. Concretezza delle tradizioni anziché
astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
7. Identità intese come
ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale,
regionale, civico e familiare.
9. La politica prima
dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi
entusiasmi.
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www.diramm.it
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| nome |
Joseph Pierre Hilaire |
| cognome |
Belloc |
| periodo |
1870-1953 |
| opera
principale |
L'europa e la fede |
| regione |
Gran Bretagna |
massime di Belloc
Hilaire
Belloc
1. Uno scrittore cattolico fra due mondi
Joseph-Pierre Hilaire Belloc nasce il 27 luglio 1870 a La Celle-Saint-Cloud,
presso Parigi, da padre francese, avvocato, e madre inglese, appartenente
all'alta borghesia, convertita al cattolicesimo dal protestantesimo. Compie i
primi studi presso i padri oratoriani in Inghilterra, a Birmingham, poi negli
Stati Uniti d'America e in Francia. Addottorato con il massimo dei voti in
storia nell'esclusivo Balliol College di Oxford, si vede preclusa la prospettiva
di una carriera accademica a causa del temperamento indipendente e combattivo e
della dichiarata adesione al cattolicesimo. Nel 1900 conosce Gilbert Keith
Chesterton (1874-1936), con il quale dà vita a un fraterno sodalizio
intellettuale. Divenuto suddito britannico nel 1902, nel 1906 è eletto alla
Camera dei Comuni per il Partito Liberale e nel 1910 come indipendente.
Polemista molto attivo nel dibattito politico, è anche scrittore
straordinariamente prolifico nei generi più diversi: dalla narrativa per ragazzi
alla poesia, dai racconti di viaggio - celebre La Via di Roma, in cui narra il
pellegrinaggio a piedi da Parigi a Roma svolto nel 1901 - alla tecnica militare
e ai romanzi polizieschi, dai saggi di tema politico alle biografie e alle
grandi opere storiche. Si spegne il 16 luglio 1953 a Guilford, nel Surrey.
2. La nascita dell'Europa
Considerato dalla critica letteraria uno dei maggiori scrittori inglesi del suo
tempo, come storico Belloc deve patire in Inghilterra una diffusa ostilità.
Nelle sue opere sulla formazione della civiltà europea e sulla storia
d'Inghilterra si contrappone apertamente alla storiografia rappresentata da
autori come Edward Gibbon (1737-1794), Thomas Babington Macaulay (1800-1859),
Thomas Carlyle (1795-1881), John Lothrop Motley (1814-1877), Edward Augustus
Freeman (1823-1892) e George Macaulay Trevelyan (1876-1962), nei quali si
riscontrano - peraltro con varie combinazioni e intensità - motivi analoghi a
quelli proposti nelle prestigiose università della Germania Settentrionale e che
hanno egemonizzato la visione storica dei paesi di cultura protestante,
lasciando vistose tracce pure in quelli di cultura cattolica, anche nella
divulgazione e, di conseguenza, nell'opinione corrente. Tali motivi compongono
un quadro in cui viene dilatato oltre misura il ruolo avuto nella nascita
dell'Europa dall'irruzione "[...] dei numerosi e vigorosi barbari, tedeschi
naturalmente, ricchi di tutte le belle doti pagane, che di solito finiscono per
essere le virtù protestanti del diciannovesimo secolo", che avrebbero spazzato
via l'impero romano, edificio pagano ancora mirabile, per quanto indebolito, la
cui agonia sarebbe stata accelerata dal cristianesimo, morbo orientale nel corpo
dell'Occidente. Nel caso dell'Inghilterra si giunge talora a rigettare ogni
influsso imperiale e cattolico, attribuendo l'origine nazionale agli
stanziamenti dei pirati in Britannia nel secolo V dopo Cristo. Comunque, anche
quando si ammette l'influsso della romanità inquinata di cattolicesimo
sull'elemento barbarico, si sottolinea il significato di riscatto dell'elemento
germanico avuto dalla Riforma protestante, che segna per l'Occidente l'inizio
della Modernità e che quindi condanna le nazioni cattoliche a un ritardo storico
- politico, sociale ed economico - colmabile solo attraverso la progressiva
espunzione della cultura cattolica. Belloc contesta questo quadro non in quanto
antiromano o anticattolico, ma in quanto, soprattutto, antistorico. Afferma
anzitutto il carattere "cattolico" del cristianesimo che convertì l'impero.
Quanto l'intelletto greco-romano, nella sua maturità, alla fine accoglie, non è
uno dei tanti culti orientali di moda nel crepuscolo dell'impero, o una vaga
sentimentalità, o un vago compromesso fra opinioni umane sulla figura storica di
Gesù Cristo, ma quanto proposto dalla Chiesa cattolica, un'istituzione che trae
dal fatto di ritenersi fondata da una persona divina l'autorità, trasmessa a
partire dal Fondatore per ininterrotta successione, d'insegnare un ben preciso
corpo di verità di fede e d'indicare un'altrettanto ben precisa disciplina
morale. Ciò rappresenta - e qui si coglie il motivo sia delle lunghe
persecuzioni che del finale successo nel modellare una civiltà - una radicale
novità nella cultura del tempo: l'offerta di verità in luogo di ipotesi, di
concreti fatti storici al posto di miti suggestivi, e l'affermazione del
carattere reale e non simbolico dei propri misteri - primo fra tutti il
Sacrificio Eucaristico - contrariamente a quanto accadeva per i culti orientali
diffusisi nell'impero. Il cristianesimo non provoca la caduta dell'impero, ma
salva quanto poteva essere salvato di una civiltà entrata in una decadenza dai
molteplici aspetti - istituzionali e militari, demografici ed economici - molto
prima che la nuova fede iniziasse a far sentire la sua influenza. Contro la
citata storiografia, che vi vedrebbe una prefigurazione del successo
dell'elemento germanico su quello romano-cattolico, le stesse cosiddette
invasioni barbariche fino a tutto il secolo V andrebbero - secondo Belloc -
ridefinite sulla base sia della rilevanza quantitativa che dell'attribuzione
etnica e dei rapporti culturali e politico-militari con l'impero dei gruppi
umani interessati. Ciò che realmente minaccia di distruggere la nascente civiltà
cristiana occidentale è, dal secolo VI al X, quanto Belloc chiama "l'Assedio
della Cristianità", portato fin nel cuore dell'Europa da una parte dalle orde
costituite principalmente di scandinavi, di slavi e di mongoli, dall'altra
dall'Islam. Nella "tempera" di questi cinque secoli prendono forma alcuni
connotati salienti della Cristianità medioevale d'Occidente: il profondo senso
di unità cristiana attraverso il vincolo della Messa latina e il legame con il
vescovo di Roma; lo sviluppo di una classe nobiliare distintasi per le imprese
guerresche a beneficio della comunità; e il compimento del processo di
emancipazione dalla schiavitù e di consolidamento dell'istituto familiare.
Il periodo che approssimativamente va dal secolo XI al XIII, ancora accompagnato
dallo sforzo per spezzare l'"Assedio" ed espandere la Cristianità, rappresenta
per Belloc il culmine del Medioevo, caratterizzato dalla fondazione delle grandi
istituzioni dell'Occidente, i parlamenti e le università, dall'opera dei grandi
santi medioevali - fra i quali spiccano san Francesco d'Assisi (1182-1226) e san
Domenico di Guzmán (1170 ca.-1221) -, dall'apogeo della filosofia medioevale con
san Tommaso d'Aquino (1225 ca.-1274) e della letteratura medioevale con Dante
Alighieri (1265-1321). I due secoli successivi vedono il declino della civiltà
cristiana medioevale, durante il quale, al miglioramento nella conoscenza del
mondo e nelle arti, si accompagna una certa crisi spirituale, con sintomi di
rottura dell'unità di dottrina e di disciplina della Chiesa, con il sorgere dei
più diversi dubbi in materia teologica, ai quali si stenta a far fronte con
mezzi apostolici piuttosto che sanzionatori, nonché con un difficile rapporto
della Chiesa con il potere temporale, ora rappresentato dai sorgenti Stati
nazionali. Al culmine di tale declino si situa la Riforma protestante, che porta
alla nascita del capitalismo.
3. La crisi del "sistema distributivo"
Belloc, pur non trascurando quanto nel protestantesimo - specialmente nella
componente di esso più coerente e organizzata, quella calvinista - poteva, da un
punto di vista teologico, predisporre alla nascita del capitalismo, non cede
alle semplificazioni, di cui sono esempio le ricorrenti letture riduttive delle
tesi di Max Weber (1864-1920). Nello sgretolamento dell'edificio della
Cristianità causato dalla Riforma vede piuttosto l'inizio del progressivo
disfacimento del delicato equilibrio sociale, costruito nel Medioevo
principalmente sulla proprietà privata rurale e sulle corporazioni cittadine,
l'una e le altre tese a preservare la libertà personale e familiare, a
subordinare l'economia alla morale e a evitare la proletarizzazione del lavoro.
Il dissolvimento del sistema corporativo avrebbe condotto alla concorrenza
sfrenata, l'indebolimento della morale cattolica all'espansione dell'usura sotto
specie di credito. La distruzione del "sistema distributivo", costituito da
proprietà privata e da corporazioni, e il saccheggio dei beni della Chiesa,
destinati al servizio della comunità, avrebbero consentito la formazione di
interessi economici solidali, nella lotta contro Roma, con le forze della
Riforma, qualificabile in tale prospettiva come "una sollevazione del ricco
contro il povero".
In Inghilterra il processo inizia con il rapido passaggio dei beni
ecclesiastici, confiscati da Enrico VIII Tudor (1491-1547) e dai suoi immediati
successori, nelle mani di un ristretto numero di grandi proprietari terrieri, ai
quali presto si associa una piccola plutocrazia commerciale. L'accumulo di
risorse economiche nelle mani di questo nucleo originario consente, con il
passare del tempo, l'introduzione di macchine innovative e la concentrazione
dell'industria, in grado di assorbire il proletariato generato dalla spietata
concorrenza alla piccola proprietà rurale e dall'abolizione delle proprietà
pubbliche e delle consuetudini comunitarie tipiche dell'Europa cristiana. Il
parlamento e la stessa Corona diventano lo strumento di queste oligarchie, e la
nazione inglese il braccio economico, politico e militare della Riforma,
condizionandone il destino anche sul continente.
4. Lo "Stato servile"
L'esito di questo processo storico sarebbero la diffusione del capitalismo in
tutta Europa e nelle proiezioni europee negli altri continenti, e il sorgere,
come fratello antagonista, del socialismo. La specificità di quanto Belloc
chiama capitalismo non risiede nel fatto di fondarsi sulla proprietà privata -
di cui egli è ardente sostenitore - e neppure sul perseguimento del profitto, ma
sull'esistenza del proletariato, cioè di una massa di uomini che possiedono la
libertà politica formale senza godere di quella economica. Nell'opera The
Servile State, del 1912, Belloc paventa la trasformazione dello Stato
capitalista nello "Stato servile", in cui la gran parte della gente sia privata
della libertà di scegliere il proprio lavoro e costretta a lavorare per altri,
senza poter coltivare la speranza di quell'emancipazione economica che
garantisce le libertà concrete degli individui e delle famiglie. Lo stesso
sistema di sicurezza sociale - assicurazioni sul lavoro, minimo salariale,
sussidio di disoccupazione e arbitrato obbligatorio -, in corso d'introduzione
negli anni in cui Belloc scrive e che egli avversa in parlamento, oltre a
sancire una sorta di diritto disciplinare del capitalista sul lavoratore,
proteggendo solo i lavoratori salariati e non le categorie economicamente
libere, affievolirebbe nei primi il desiderio d'indipendenza economica. A meno
di non voler superare l'innaturale dissociazione di libertà politica e libertà
economica mediante la sanguinosa soppressione di entrambe con un comunismo di
tipo sovietico, è necessario - secondo Belloc - rendere tali libertà di nuovo
solidali nello "Stato proprietario" o "Stato distributivo", caratterizzato dalla
maggior diffusione possibile della proprietà privata, per il cui conseguimento
egli fornisce anche alcune indicazioni pratiche, pur insistendo sul fatto che
nulla potrà scongiurare il comunismo o la degenerazione del capitalismo nello
"Stato servile", una sorta di ritorno alla schiavitù pagana di cui aveva avuto
ragione la civiltà cristiana medioevale, se la fede non tornerà a svolgere il
ruolo di intima guida dell'Europa, secondo la legge per cui ogni restaurazione
procede dalla riconquista delle condizioni spirituali all'origine della realtà
da restaurare.
5. Attualità
Se il tempo non ha appannato il vivido affresco di Belloc sulla nascita
dell'Europa, se sono da promuovere letture della storia alternative a quelle
correnti, anche quanto parrebbe più datato - dopo l'evoluzione subita sia dal
capitalismo che dal comunismo, che proprio in anni recenti sembra aver esaurito
la sua parabola storica - non ha perso di attualità. Il problema del rapporto
fra proprietà privata - o, se si vuole, fra libertà economica - e libertà
concrete degli individui, delle famiglie e degli altri corpi sociali rimane
aperto specie quando, dietro un apparente capitalismo diffuso con connotazioni
in qualche modo distributivistiche, si riaffaccia lo "Stato servile", nel quale
lo sfruttamento capitalistico è di fatto sostituito da quello fiscale e la
concentrazione del capitale - peraltro da non sottovalutare - dalla
eterodirezione della vita economica da parte di "poteri forti" finanziari o
burocratici. E questa è storia d'oggi.
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Per approfondire: vedi un primo inquadramento, in Hilaire Belloc, a cura di
Francesco Perfetti, Volpe, Roma 1968; per la prospettiva storica dell'autore,
vedi i suoi L'anima cattolica de l'Europa, trad. it., Morcelliana, Brescia 1946;
Breve storia d'Inghilterra, trad. it., Studium, Roma 1938; e La crisi della
civiltà, trad. it., Morcelliana, Brescia 1948; per la sua concezione
socio-economica, oltre all'opera precedente, vedi il Saggio sull'indole
dell'Inghilterra contemporanea, trad. it., La Nuova Italia, Firenze 1938, e Lo
Stato servile, trad. it., Liberilibri, Macerata 1993; fra i racconti, vedi La
via di Roma, trad. it., Edizioni Paoline, Alba (Cuneo) 1966; fra le biografie,
Milton, trad. it., Edizioni Paoline, Roma 1963; Elisabetta creatura di
circostanza, trad. it., Edizioni Paoline, Roma 1961; Oliviero Cromwell, trad.
it., Morcelliana, Brescia 1947; Giovanna d'Arco, trad. it., Edizioni Paoline,
Bari 1962; e Richelieu, trad. it., dall'Oglio, Milano 1974.
Tratto da : Paolo Mazzeranghe,
in "Voci per un Dizionario del Pensiero Forte" (www.alleanzacattolica.org)
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