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massimario del pensiero conservatore la rivista
Manifesto delle identità e delle tradizioni
1.Patria intesa come Terra dei Padri.
2. Le origini valgono più dell’originalità.
3. Più dei tempi contano i luoghi.
4. Elogio delle benefiche disuguaglianze contro l’appiattimento egualitario.
5. Concretezza delle tradizioni anziché astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
7. Identità intese come ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale, regionale, civico e familiare.
9. La politica prima dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi entusiasmi.
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Barry M. Goldwater
La vita. L'uomo di azione.
Barry Morris Goldwater è
scomparso venerdì 29 maggio 1998 all’età di ottantanove anni. Discendente da una famiglia di ebrei polacchi emigrati in America Settentrionale nel 1862, nacque a Phoenix capitale della “remota” e bruciata Arizona il 1° gennaio 1909, dunque tre anni prima che questa entrasse a far parte dell’Unione nordamericana il 14 febbraio 1912, e può essere considerato “il padre della Destra statunitense” solo a patto di procedere per slogan e di voler sacrificare ogni criterio di approfondimento sull’altare della gergalità giornalistico-massmediatica. La Destra conservatrice statunitense costituisce infatti un fenomeno culturale in sé molto più ampio, profondo e antico della figura — con tutto il rispetto dovutole — del senatore Goldwater. In questo secolo “rinasce” tra fine anni Quaranta e inizio anni Cinquanta, dopo una lunga stagione di disorientamento ricostruibile per nodi salienti: remotamente la ferita della Guerra Civile (1861-1865); poi la nascita, in America Settentrionale, di una struttura partitica più simile (benché mai del tutto uguale) a quella a forte base ideologica tipica del Vecchio Continente di ascendenza illuministico-giacobina e radical-libertina (se il primo di questi due riferimenti guarda alla Francia moderna, il secondo punta all’Inghilterra e alla Gran Bretagna del Sei-Settecento); l’avvento di un sempre più marcato bipartitismo, a cui corre parallela la profonda trasformazione interna al Partito Democratico e a quello Repubblicano (grosso modo il primo iniziò come “Destra” finendo per diventare “Sinistra”, e viceversa); quindi i colpi decisivi portati a quanto rimaneva del Vecchio Sud e al Midwest, figli di una cultura non metropolitana, non “yankee” e meno filosoficamente modernizzante; infine i forti traumi causati alla nazione dalle presidenze dei Democratici Woodrow Wilson (1912-1920) e Franklin Delano Roosevelt (1932-1945), nonché dalla rivoluzione pedagogica d’inizio secolo condotta da John Dewey e dall’attivismo giudiziario di Earl Warren, presidente della Corte Suprema dal 1953 al 1969. Nel “rinascimento” della Destra nordamericana — la riscoperta di un’identità nazionale in atto, non la formulazione di un costrutto ideologico aprioristico —, Goldwater s’impone pertanto come referente politico di un vasto fenomeno culturale pre-esistente, non come “inventore” di un movimento.
La destra conservatrice negli Stati Uniti Fra leader, partito e popolo, la Destra conservatrice statunitense ha sempre vissuto un rapporto difficile con chi, in occasione delle diverse tornate elettorali, le si è proposto nei panni di suo alfiere o paladino, soprattutto quando e dove la struttura ideologica tipica del “partito moderno” ha iniziato a svolgere un ruolo preponderante in queste dinamiche. Nel 1992, rispondendo a una domanda del sottoscritto, lo storico delle idee Russell Kirk individuava nel popolo che li ha appoggiati, indicati, a volte eletti, quasi sempre votati, il denominatore comune fra Robert A. Taft, Barry M. Goldwater, Ronald W. Reagan e Patrick J. Buchanan, nel bene e nel male referenti politici eminenti del mondo conservatore[1]. I Taft, i Goldwater, i Reagan e i Buchanan passano e vanno, lasciando impronte durevoli solo nella misura in cui sanno interpretare l’ethos della nazione che li precede logicamente e ontologicamente, e quando colmano (pur mantenendo tutte le opportune e fondamentali differenze) lo iato fra politica e cultura altrimenti riempito con i palliativi del riduzionismo pragmatistico (quando a dominare il rapporto organico fra quei due momenti è la distorsione del primo, la politica) o del surrogato ideologico (quando impera la distorsione del secondo momento, la cultura) che fungono solo da coibenti isolanti. In America Settentrionale, nel rapporto fra cultura conservatrice ed esponenti politici di partito, la densità e la quantità del riempitivo pragmatistico o ideologico varia a seconda di quanto la “logica del potere” sopravanzi, snaturi, censuri, inibisca e rattrappisca i princìpi di fondazione e di riferimento di un ambiente umano che in determinati momenti — tenendo presente l’importanza dell’hic et nunc, ma senza mai scambiare una tornata elettorale con l’Armageddon — sceglie di puntare su un determinato auriga, oppure di quanto grande sia l’incidenza di dottrine di partito, ordini di scuderia ed elementi culturali alieni e spuri. Spesso, del resto, l’opera di riduzione della distanza esistente fra cultura e politica — conservatorismo e candidati elettorali di questo o di quel partito — chiede tempi e modalità tali da costringere in alcuni casi gli elettori a scegliere realisticamente fra “quel che c’è”. In certi frangenti — sotto l’urgenza e la spinta del confronto diretto, soprattutto quando polarizzato e decisivo benché, come detto, solo in alcuni casi precisi una consultazione elettorale o referendaria possa assumere i caratteri dello “scontro finale” —, l’indicazione dell’elettore può ridursi solo a esprimere quanto più vistosamente e vigorosamente possibile la distanza diametrale massima fra due visioni del mondo, o due soluzioni a fronte di un determinato problema, scegliendone recisamente una e rifiutandone seccamente un’altra. Fatti salvi quei princìpi oserei dire di diritto naturale — la soglia invalicabile del quale deve restare intonsa pena il crollo dell’axis mundi della convivenza civile fra gli uomini —, spesso quanto scelto in questo modo non rappresenta affatto l’optimum, ma solo il possibile perché tertium non datur. Detto tutto ciò, l’area entro cui tratteggiare e comprendere la figura pubblica del Goldwater politico è disegnata. Goldwater è incomprensibile senza la grande cornice del variegato network conservatore che ne spinge e ne motiva, mutatis mutandis, l’azione: con lui il conservatorismo raggiunge il palco principale della scena politica statunitense e — ancor più che non con Taft in passato — la profonda elaborazione culturale della Destra si connette a un front-man efficace e combattivo, mentre al Partito Repubblicano viene impressa quella forte virata verso destra che sta ancora oggi alla base dell’idea (errata) del “Grand Old Party” — così viene altrimenti definito il Partito Repubblicano nordamericano — come casa comune tout court di tutti i conservatori. Negli ambienti goldwateriani si sono del resto fatti le ossa un po’ tutti i leader dell’attivismo giovanile della Destra, comprese quelle figure che anni e decenni dopo sarebbero a loro volta salite alla ribalta nazionale e internazionale come candidati politici del Partito Repubblicano. La cosiddetta “Reagan Revolution” degli anni Ottanta e la discesa nell’arena politica di Patrick J. Buchanan — la prima volta in occasione delle presidenziali del 1992 —, ma anche le affermazioni Repubblicane nelle votazioni per il rinnovo del Congresso degli ultimi anni — in particolare quelle del 1994, quando Newt Gingrich lanciò il programma definito “Contract with America” —, affondano di fatto e di principio le radici nel “fenomeno Goldwater”.
Il senatore dell’Arizona fu un vero capo, un uomo cioè capace di scegliere adeguatamente i propri consiglieri e i propri collaboratori tenendo conto non tanto del ricatto dell’elettorato, ma intelligentemente dell’humus del proprio paese. Il suo successo — al di là della sconfitta di allora, un certo “goldwaterismo” ha infatti trionfato negli Stati Uniti d’America con e da Reagan in poi — è stato il successo di un vasta porzione di popolo nordamericano, quella che peraltro ha la pretesa di rivendicare la più diretta continuità con le tradizioni di fondazione della nazione. Il conservatorismo, che nel senatore scomparso ha avuto un esponente politico di punta negli anni Sessanta, si pone infatti essenzialmente come movimento culturale che rivendica lo spirito dei Padri Fondatori; l’ideale del costituzionalismo e del repubblicanesimo classici (in cui nel mondo anglosassone si fondono, al di là delle concrete scelte istituzionali dettate dalla storia, dalle situazioni e dai contesti, l’eredità dei Tory e degli Old Whig britannici della seconda metà del Settecento); il retaggio della cultura del “precedente”, del “pregiudizio” e del valore normativo delle “usanze” espressa nella forma mentis che anima il Common Law consuetudinario e medioevaleggiante; l’opposizione allo spirito filogiacobino dei cosiddetti New Whig progressisti, razionalisti (come ha affermato Friedrich A. von Hayek) e pianificatori; la Grande Tradizione della filosofia politica classica (l’espressione è stata “codificata” da Leo Strauss[2]) e del diritto naturale; nonché il retaggio di Londra, Roma, Atene e Gerusalemme.
The coscience of a conservative Goldwater — di cui pure la Destra statunitense ha onestamente denunciato le gravi cadute di tono in tema di liceità dell’omosessualità e dell’aborto — ha rappresentato per la prima volta nel dopoguerra la possibilità di unire le diverse “scuole” del conservatorismo in una concreta proposta politica: il successo non lo ha premiato direttamente, ma l’importanza del suo agire — e soprattutto del suo saper interpretare il sensus nationis — resta una grande lezione di realismo e di idealità politiche. Di lui si ricorda soprattutto il volumetto The Conscience of a Conservative[3], pubblicato nel 1960 e nell’agosto 1964, alla vigilia delle elezioni presidenziali che vedranno la sconfitta elettorale del senatore dell’Arizona a opera di Lyndon B. Johnson, già ristampato 22 volte per un totale di tre milioni e mezzo di copie vendute. The Conscience of a Conservative è divenuto un piccolo classico anche in Italia, dove è stato pubblicato, a Milano nel 1962 per volontà del giornalista Romano F. Cattaneo e nella traduzione realizzata da Henry Furst, da «Le Edizioni del Borghese» con il titolo Il vero Conservatore e come prima uscita di una biblioteca non conformista allora davvero d’avanguardia[4]. A questo proposito vale la pena di ricordare che quel famoso libro-programma venne in realtà scritto da L. Brent Bozell, scomparso nel 1997. Cattolico tradizionalista, “carlista”, una delle prime persone a dimostrare pubblicamente e rumorosamente contro l’aborto statunitense nel 1970, Bozell fondò nel 1966 il mensile Triumph come roccia inamovibile nel mezzo della tempesta del progressismo postconciliare. Al suo fianco vi era Frederick D. Wilhelmsen (morto nel 1996), altro “carlista” e docente di filosofia alla Dallas University di Irving nel Texas, nonché presidente della Society for Christian Commonwealth la quale svolgeva corsi estivi nel palazzo di El Escorial di Madrid in quanto emblema della Cristianidad iberica. Su Triumph firmarono nomi come Otto d’Asburgo, Lin Carter, Russell Kirk, Christopher Dawson, Erik Maria Ritter von Kuehnelt-Leddihn — scomparso il 27 maggio 1999, all’età di novant’anni —, Jeffrey Hart e tanti altri. Una delle filiazioni più significative dell’ambiente di Bozell e di Wilhelmsen è peraltro stato il Christendom College di Front Royal, Virginia, la cui casa editrice — Christendom Press — sta preparando un’antologia dei pezzi più significativi di quell’importante periodico. Goldwater fece proprio, firmò e indossò quel testo scritto per lui da Bozell, trasformandolo in un programma politico capace di raccogliere le diverse anime della Destra statunitense attorno a un sensus commune e d’imprimere al Partito Repubblicano una sterzata verso destra i cui effetti sono ancora forti. Ora, Goldwater è stato — nonostante tutte le aspre critiche che gli sono state rivolte e le caricature a cui è stato ridotto — un uomo politico tanto intelligente da sapersi circondare — consapevole di essere in politica anzitutto per dare gambe e corpo alle “visioni” elaborate dai “professionisti” della cultura — di consiglieri di prima piano e di un certo tipo. Per esempio, dietro alle pagine di Why Not Victory?[5], un volume che nel 1962 auspicava la sconfitta completa dell’Unione Sovietica rispondendo ai liberal che invece flirtavano con l’«Impero del Male», si erge la figura dell’analista e filosofo della politica voegeliniano Gerhart Niemeyer, anch’egli scomparso nel 1997. Nel 1964, quando la National Review lancia la candidatura alla nomination Repubblicana di Goldwater — nomina ottenuta dal senatore dell’Arizona ai danni del liberal Nelson D. Rockefeller, dunque imprimendo una netta svolta a destra dell’intero partito (svolta che in parte dura ancor oggi), quindi ancora segnando una tappa politica importante del successo dell’intero movimento conservatore —, questo primo tentativo profuso dalla Destra conservatrice del dopoguerra per conquistare la Casa Bianca conta sull’appoggio eminente del tradizionalista Russell Kirk (che per il senatore dell’Arizona scrive alcuni discorsi); del “fusionista” Frank S. Meyer, per il quale è solo l’anticomunismo militante a potere mettere d’accordo tradizionalisti e liberali classici; del “buckleyano” William Rusher; degli anarco-capitalisti Ayn Rand (“atea militante”) e Milton Friedman; dei cattolici Buckley e Bozell; e del collaboratore del Dipartimento di Stato nordamericano Niemeyer; nonché addirittura del “semiprogressista” straussiano Harry V. Jaffa. Goldwater ha cioè rappresentato il candidato politico del polo costituito dalle varie anime del conservatorismo culturale statunitense, nonostante le differenze e a volte la vera e propria impossibilità di reductio ad unum di quel mondo: Kirk e la Rand, Friedman e Bozell rappresentano coppie come lo zenit e il nadir, ma in quel momento nessuno è stato tanto insensato e superficiale da farsi cogliere da raptus di snobismo, né i libertarian da una parte né i tradizionalisti (cattolici e “integralisti” come il fondatore di Triumph) dall’altra. A differenza di Taft, sostiene lo storico George H. Nash, Goldwater era un politico che non disdegnava ammiccare anche alla filosofia. Secondo Nash, The Conscience of a Conservative reitera le idee base della filosofia di Russell Kirk con la quale il testo è congruente anche in merito all’interpretazione dell’esperienza storica della nazione nordamericana[6]. Il riferimento più diretto di Nash è un “manuale” scritto per i servicemen impegnati nella Guerra di Corea e per un po’ adottato come libro di testo dall’Accademia dell’Aeronautica Militare statunitense. Kirk lo pubblicò nel 1957 con il titolo The American Cause[7]. Chi storce il naso al suono di parole che ricordano i cow-boy, il Vietnam, il napalm, John Wayne, Rambo e Reagan, dovrebbe invece leggerne le pagine (ancor più significative, se si pone mente al fatto che vennero redatte prima della conclusione dell’itinerario di conversione al cattolicesimo che il suo autore concluse nel 1964). In esso Kirk afferma, e Bozell-Goldwater ripete poco più tardi, che gli americani (veri) hanno mostrato sin dall’inizio di possedere una forma mentis conservatrice — certa e tradizionale — basata su princìpi da sempre riveriti, osservati e difesi, la quale — sola — ha reso possibile la costruzione di una res publica ordinata e stabile. «In campo morale essi hanno osservato i precetti religiosi greco-giudeo-cristiani e innegabilmente formano una “nazione cristiana”»[8]: così sintetizza Nash, secondo il quale «l’etica cristiana è il cemento della vita americana»[9]. Politicamente sono invece la tradizione giuridica, la dottrina politica e la pratica britanniche; l’erudizione classica e il cauto realismo dei Padri fondatori; nonché la libertà disciplinata, tradizionale, moderata e rispettosa del diritto a costituire il proprium degli Stati Uniti, che non sono una democrazia pura basata sulla falsa idea dell’“uomo immacolato”. Piuttosto, riassume sempre lo storico, «“i poteri limitati e decentrati”, il sistema di pesi e contrappesi, la democrazia territoriale, i diritti dei singoli Stati e i partiti non ideologici hanno costituito l’essenza del nostro sistema politico»[10], mentre in economia si è sempre riverita quella libertà d’intrapresa immensamente più giusta e ordinata di qualsiasi schema collettivistico. Con questo programma, fondato in Kirk e in altri, Goldwater è sceso nell’arena politica per unire le diverse anime della Destra contro un nemico progressista — la tirannia delle masse di tocquevilleana memoria e la demagogia — in quel frangente ben più pericoloso delle pur importantissime distinzioni interne al conservatorismo. Eppure nel 1964 a Goldwater — che i Repubblicani preferiranno a Rockefeller, il quale più tardi otterrà da Gerald R. Ford la vicepresidenza e dagli ambienti reaganiani l’astio — un’America immatura preferì Johnson, faccendiere grigio e liberal del Partito Democratico, forse anche sull’onda lunga dell’emozione scatenata dall’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy e dalla conseguente “caccia alle streghe” contro la Destra alimentata dai media e dalle Sinistre. Nella corsa alla Casa Bianca di quell’anno uscì sconfitto il Goldwater candidato presidenziale, ma niente affatto il profondo movimento di popolo e di opinione che lo aveva scelto come proprio rappresentante. Lungi dal venire travolto da un tale e pur cocente smacco, il vero Goldwater — il meglio di Goldwater, ovvero la cultura che il senatore dell’Arizona ha scelto di rappresentare nell’arena politica — ha finito alla lunga per trionfare. Goldwater ha infatti mostrato la possibilità di una vittoria (che pure egli non ha saputo cogliere di persona, ma che anni dopo il “goldwateriano” Reagan ha conquistato trionfalmente) e soprattutto ha mostrato come per un leader nazionale sia possibile indossare con successo sulla scena politica (e portare all’interno di un partito) un progetto culturale forte, deciso e niente affatto compromissorio. Come osserva Nash, «movimento intellettuale e politico, il conservatorismo non raggiunse l’apice con Goldwater, né morì dopo di lui»[11]. Nel 1996, alla vigilia dello scontro presidenziale fra William Jefferson Clinton e Robert Dole, Lee Edwards — oggi uomo di punta di The Heritage Foundation (il noto think tank di Washington) e del mensile The World & I —, illustrando il proprio voluminoso Goldwater: The Man Who Made A Revolution, uscito nel 1995, mi ha detto: «Il Goldwater di oggi è Dole»[12]. Con tutta la stima (assolutamente non manieristica) che provo per Edwards, il senatore dell’Arizona non merita un paragone simile; oppure è davvero questa la chiave per comprendere l’involuzione di un certo settore della Destra statunitense avvenuto negli ultimi decenni ed emblematicamente rappresentato dalla senescenza dello stesso Goldwater, anziano nel fisico e decrepito culturalmente. In occasione della scomparsa, la stampa anche italiana ne ha ricordato lo spostamento a sinistra degli ultimi anni soprattutto su questioni di principio come quelle dell’aborto e dello stile di vita omosessuale. È come se il senatore dell’Arizona si fosse dimenticato di quanto Bozell aveva scritto per lui agli inizi degli anni Sessanta. Forse, negli ultimi anni, spentesi le luci della ribalta che ne avevano rischiarato la figura nel tormentato decennio delle rivolte nei campus universitari — il ’68 statunitense —, della contro-cultura promossa dalle Sinistre e delle mosse propagandistiche di Nikita Kruscev tese a dilatare l’influenza sovietico-comunista nel mondo in maniera nuova rispetto allo stalinismo puro, Goldwater, dei tanti consigli ricevuti dal fior fiore dell’intellettualità conservatrice e libertarian nordamericana, ha ricordato solo lo slogan «l’estremismo in difesa della libertà non è un vizio», scordandone il seguito: «la moderazione nella ricerca della giustizia non costituisce virtù»[13]. Di questo fu padre Harry V. Jaffa, appartenente a una delle scuole filosofiche straussiane, sempiprogressista d’impronta egalitarista e grande avversario delle migliori menti del conservatorismo tradizionalista nordamericano degli anni Ottanta. La concezione della libertà come fine e non come mezzo ha evidentemente portato il senatore dell’Arizona, un tempo bastione delle «realtà permanenti»[14] care ai nordamericani, a trasformarsi in un relativista. Patrick J. Buchanan, nato politicamente nel “Draft Goldwater Movement”, ha introdotto una nuova edizione di The Conscience of a Conservative, uscita nel 1990, rivendicando l’eredità migliore del senatore oggi scomparso. E questi ne ha prontamente criticato le campagne elettorali del 1992 e del 1996, che proprio l’essenza del conservatorismo goldwateriano degli anni Sessanta hanno di fatto incarnato e riproposto.
Buchanan e Goldwater: i due esiti della Destra politica nordamericana contemporanea. L’associazione d’idee riporta a Bozell e a un’osservazione forse utile per abbozzare una qualche prima conclusone. Il periodico Triumph fu fondato sulla scorta dello scontro fra cattolici progressisti e cattolici conservatori, avviato — secondo Nash[15] — dalla denuncia serrata nei confronti del progressismo e del secolarismo divoranti la cultura e l’istruzione del paese che nel 1951 Buckley aveva articolato nel volume God and Man at Yale[16]. Anche se il mondo di Buckley non è perfettamente sovrapponibile al “tradizionalismo” cattolico nordamericano, e anche se questi e altre firme importanti della Destra statunitense finiranno per rompere con Bozell e con il suo entourage, le pagine del quindicinale, poi settimanale, National Review — fondato nel 1955 da Buckley come “roccaforte” dei conservatori — hanno spesso significativamente fiancheggiato quella realtà. L’impresa editoriale-culturale di Buckley (in anni recenti molto meno rappresentativa che non in passato) è peraltro l’emblema di quel folto e variegato mondo del conservatorismo nordamericano che con il cattolicesimo ha, in molti casi, mantenuto rapporti qualificanti al punto da alimentare la convinzione (nutrita anche da conservatori protestanti, benché inesatta in questa formulazione) che le guide intellettuali di quel movimento di pensiero siano state tutte cattoliche. Triumph e a National Review non erano (non sono mai state) omogenee, ma comunque sono state “da questa parte del fiume”. Il grande dibattito fra il “tradizionalismo” cattolico (quanti abusi sotto questo nome...) e il conservatorismo che si richiama alla Grande Tradizione occidentale classico-cristiana e alla filosofia politica classica del diritto naturale, racchiuso emblematicamente nel triangolo descritto da figure archetipiche del cattolicesimo nordamericano quali Bozell, il filosofo della politica Willmoore Kendall e il sacerdote gesuita John Courtney Murray[17], ha portato a scontri e a incomprensioni forse per certi versi insanabili, ma anche a importanti tratti di strada percorsi in comune. Ma i fuochi delle sezioni coniche descritte dalle orbite di questi due mondi possono sperare di coincidere solo comprendendo adeguatamente il posto occupato dall’esperienza nordamericana nella storia della Cristianità occidentale. È la sfida attuale dei conservatori. Ovvero — e trattando di figure come quella di Goldwater è certamente vero —, il “movimento conservatore” considerato nel suo insieme è decisamente più importante dei suoi singoli protagonisti, fatti salvi comunque i vertici culturali raggiunti da alcuni maestri. Così, nonostante tutto, mentre stanno scomparendo gli “ultimi vecchi” — i protagonisti di una vera e propria epopea durata mezzo secolo —, rimane sempre vero quanto usava dire Reagan, citato da Buchanan nella ricordata introduzione a Goldwater: «Il meglio deve ancora venire»[18]. L’intero movimento conservatore nordamericano deve insomma ancora esprimere il meglio di sé, rispondendo a quelle domande che hanno sempre interessato, a volte angustiato, poi alienato dal “movimento” una figura (anche emblematica) come quella di L. Brent Bozell, “anima” di Goldwater: la natura davvero conservatrice degli Stati Uniti d’America, il posto della sua esperienza storica nello sviluppo della Cristianità occidentale e il rifiuto della Modernità filosofico-politica iniziata con il 1789 illuministico-giacobino. Se lo vuole, il conservatorismo autentico è in grado di rispondere a tali interrogativi giacché, in essenza, è diverso dagli ossimori filosofico-politici che, nei due secoli che ci distanziano dalla Rivoluzione di Francia, hanno caratterizzato certe destre (“false destre” le definirebbe il pensatore brasiliano Plinio Corrêa De Oliveira) note come “liberal-conservatorismo”, “rivoluzione conservatrice”, e così via. Non essendo il conservatorismo un’ideologia figlia dell’epoca del relativismo e della secolarizzazione, ma una visione del mondo che si oppone al 1789 e che si richiama, venendone vitalizzata, alle «realtà permanenti», esso si pone come fenomeno “antimoderno” per eccellenza. Al contempo, essendo una tradizione — un cammino —, è un progredire verso una meta. Il meglio di Barry M. Goldwater, le cui nudità scabrose vanno coperte imitando il gesto pietoso dei figli di Noè, deve ancora venire. A decenni di distanza, The Conscience of a Conservative conserva ancora tutta la propria validità. Qualche pagina può certo apparire datata, ma non l’impianto generale del testo. La stagione calda dei diritti civili è finita; le questione del welfare (l’assistenzialismo) o del labor (il sindacalismo) hanno assunto aspetti per molti versi nuovi; e da dieci anni il “blocco comunista”, che allora minacciava d’appresso l’Occidente, non c’è più. Eppure, oltre che come documento storico di un’America Settentrionale completamente diversa da quella che continua a raccontarci per esempio una Fernanda Pivano, il volume di Goldwater-Bozell resta sempre verde perché propone valori e princìpi intramontabili. E perché continua ancora oggi a suggerire una dinamica vincente. Goldwater ammiccava alla filosofia, ha scritto lo storico George H. Nash, ma non era un filosofo. Era un uomo politico. Il primo a mostrare — ben oltre il 1964 e gli Stati Uniti d’America — che la Destra vince in politica e governa bene un paese quando le sue diverse anime culturali si alleano e si coordinano, quando la sua rappresentanza politica investe — anche a lungo termine — sulla costruzione e sulla formazione culturali, quando essa si fa tribuno delle istanze avanzate dall’anima autentica di una nazione. Goldwater testimonia, e il suo libro esemplifica, le fortune di un movimento che non si è adattato per riverire questo o quell’uomo politico, ma che sapendo farsi strada e acquistare consensi ha attirato su di sé l’attenzione (magari anche strumentale) della politica. Un movimento, cioè, che ha “costretto” i politici ad assumerne valori e princìpi per rappresentarli in politica: perché se a configurare la cultura di questo movimento è un comune, ma non maggioritario, sentire che si basa sulla verità delle cose, presto o tardi, per forza e per natura, quel “comune” finisce per significare anche “maggioritario”, a configurare l’identità di un’intera nazione e — prosaicamente — a “fare gola”. Niccolò Machiavelli afferma che «nissuno maggiore indizio si puote avere della rovina d’una provincia che vedere disprezzato il culto divino», raccomandando dunque ai principi di «mantenere incorrotte le cerimonie della religione»[19]. Va bene anche così, perché il reale a cui per forza o per amore fanno ritorno gli uomini politici “vinti” da una scelta culturale di questo tipo (del tipo che ha “conquistato” un Goldwater) è attraversato da una “mano invisibile” capace di corregge anche il farisaismo. Il suo nome è verità delle cose. Indicazioni bibliograficheL’esergo utilizzato all’inizio del presente saggio è tratto da Barry M. Goldwater, Il vero Conservatore, trad. it., Le Edizioni del Borghese, Milano 1962, p. 17. Notizie biografiche sintetiche sul senatore dell’Arizona sono alla voce Goldwater, Barry Morris compilata da Russell Kirk per l’Encylopædia Britannica, 1965. La biografia più recente e — benché pubblicata prima della sua morte — probabilmente più completa del senatore dell’Arizona è quella stilata da Lee Edwards, Goldwater: The Man Who Made A Revolution, Regnery, con una premessa di Trent Lott, Washington (D.C.) 1995. Offrono notevoli materiali biografici e politici: Anthony E. Arcese, Conscience and Conservatism, Dorrance, Filadelfia 1968; Jack Bell, Mr. Conservative: Barry Goldwater, Doubleday, Garden City (New York) 1962; Milton Cummings (a cura di), The National Election of 1964, The Brookings Institution, Washington (D.C.) 1966; Robert Alan Goldberg, Barry Goldwater, Yale University Press, New Haven (Connecticut) 1995; Karl Hess, In a Cause That Will Triumph: The Goldwater Campaign and the Future of Conservatism, Doubleday, Garden City 1967; John H. Kessel (alias John Howard), The Goldwater Coalition: Republican Strategies in 1964, Bobbs-Merrill, Indianapolis 1968; Peter Iverson, Barry Goldwater: Native Arizonan, University of Oklahoma Press, Norman 1997; Edwin McDowell, Barry Goldwater: Portrait of an Arizonan, Regnery, Chicago 1984; Stephen C. Shadegg, Barry Goldwater: Freedom Is His Flight Plan, Fleet, New York 1962; Idem, What Happened to Goldwater? The Inside Story of the 1964 Republican Campaign, Holt, Rinehart and Winston, New York 1965; Dean Smith, The Goldwaters of Arizona, con una premessa di Barry M. Goldwater, Northland Press, Flagstaff (Arizona) 1986; Theodore White, The Making of the President 1964, Signet Books, New York 1965; Rob Wood e D. Smith, Barry Goldwater, Avon Books, New York 1961. Di carattere autobiografico è invece Barry M. Goldwater con Jack Casserly, Goldwater, Doubleday, New York 1988. Utili sono anche B. M. Goldwater, The Conscience of a Majority, Prentice-Hall, Englewood Cliffs (New Jersey) 1970; Idem, With No Apologies: The Personal and Political Memoirs of United States Senator Barry M. Goldwater, William Morrow and Company, New York 1979; e Idem, Conscience of the Right (registrazione sonora), Encyclopedia Americana/CBS News Audio Resource Library, Newy York 1980. Per una contestualizzazione della figura di Goldwater nell’ambito della storia intellettuale del conservatorismo nordamericano contemporaneo, è indispensabile riferirsi a George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945, 2a ed. accresciuta, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington (Delaware) 1996. Per un suo inquadramento nelle vicende del movimento conservatore statunitense del dopoguerra — anche in riferimento alle attività della Destra politica e partitica —, si vedano L. Edwards, The Conservative Revolution: The Movement that Remade America, The Free Press, New York 1999; M. Stanton Evans, The Future of Conservatism: From Taft to Reagan and Beyond, Holt, Rinehart and Winston, New York-Chiacago-San Francisco 1968; e Kevin P. Phillips, The Emerging Republican Majority, Arlington House, Mew Rochelle (New York) 1969. Una fonte diretta sul “Movimento Goldwater” è F. Clifton White con William J. Gill, Suite 3505: The Story of the Draft Goldwater Movement, Arlington House, New Rochelle (New York) 1967. Degno di nota l’opuscolo che raccoglie articoli del conservatore Chicago Tribune, initolato Why We Are for Goldwater: A Series of Editorials From The Chicago Tribune Run During the 1964 Republican Convention, Tribune Company, Chicago 1964 (per il carattere decisamente conservatore di questo quotidiano di Chicago e per il ruolo da esso svolto nel movimento conservatore statunitense, cfr. Justin Raimondo, Reclaiming the American Right: The Lost Legacy of the Conservative Movement, Center for Libertarian Studies, Burlingame [California] 1993, Cap. VI, Colonel McCormick and the Chicago Tribune, pp. 130-148; e L. Edwards, The Conservative Revolution: The Movement that Remade America, cit., passim). Note: [1] Russell Kirk, comunicazione all’autore, Mecosta (Michigan), agosto 1992. Su questo punto ho svolto, più in esteso, considerazioni analoghe — che pure cercano di situare la figura di Barry M. Goldwater fra storia intellettuale e storia politica del conservatorismo statunitense — nel mio L’inventore del Polo delle Libertà: Barry Goldwater. Un excursus sul conservatorismo nordamericano, in Giampiero Cannella, Aldo di Lello, Marco Respinti e Fabio Torriero, Rivoluzione blu. La sfida di destra alla terza via, con una prefazione di Vittorio Feltri, Koinè, Roma 1999, pp. 99-135. [2] «“La tradizione e la continuità più ampie”. Questa frase kirkiana ne suggeriva un’altra, che negli anni Cinquanta e Sessanta i conservatori venivano sempre più spesso pronunciando: la “Grande Tradizione”. Questa espressione veniva usata in modo particolare da Leo Strauss e dai suoi discepoli nell’intento d’indicare la filosofia politica premoderna di uomini come Platone, Aristotele e Cicerone, in contrasto al filone moderno giudicato inferiore e articolato da Machiavelli, Hobbes e Locke. Questa concezione di una tradizione di verità che non conoscono limiti né di tempo né di luogo esercitava forte attrazione su quei conservatori che, come Kirk, miravano a rendere ragione della sapidità e della continuità dell’esperienza occidentale» (George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945, 2a ed. accresciuta, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington [Delaware] 1996, p. 180). Il più noto storico del conservatorismo nordamericano contemporaneo riformula sinteticamente il medesimo concetto parlando anche de «[…] la fondamentale distinzione straussiana fra la Grande Tradizione e la ribellione contro di essa inaugurata da Machiavelli, Hobbes e Locke» (ibid., p. 217). [3] Cfr. Barry M. Goldwater, The Conscience of a Conservative, Victor Publishing Company, Shepherdsville (Kentucky) 1960. Nel 1990, in occasione del trentesimo anniversario della pubblicazione del testo, la Regnery Gateway di Washington ne ha pubblicata una nuova edizione, arricchita di una introduzione di Patrick J. Buchanan, promossa e sponsorizzata dalla Young America’s Foundation, un organismo diretto a Herndon, in Virginia, da Ron Robinson. [4] Cfr. Idem, Il vero Conservatore, trad. it., Le Edizioni del Borghese, Milano 1962. [5] Cfr. Idem, Why Not Victory? A Fresh Look at American Foreign Policy, McGraw-Hill, New York 1962, reprint Greenwood Press, Westport (Connecticut) 1980. [6] Cfr. G. H. Nash, op. cit., pp. 191-192. [7] R. Kirk, The American Cause, Henry Regnery Company, Chicago 1957, reprint Greenwood Press, Westport 1975; 2a ed. riveduta, con una premessa di John Dos Passos, Henry Regnery Company (per iniziativa della Constructive Action di Whittier, California), Chicago 1966. [8] G. H. Nash, op. cit., p. 191. [9] Ibidem (la citazione utilizzata dallo storico è tratta direttamente dalla prima edizione di R. Kirk, The America Cause, cit. p. 36). [10] Ibidem. [11] Ibid., p. 274. [12] Lee Edwards, comunicazione all’autore, Washington (D.C.), settembre 1996. [13] Goldwater pronunciò queste famose parole in occasione del discorso di accettazione della nomination del Partito Repubblicano al termine della Convention svoltasi a San Francisco nell’estate del 1964: cfr. Official Proceedings of the Twenty-Eighth Republican Convention, Republican National Committee, Washington 1964. [14] Thomas Stearns Eliot, L’idea di una società cristiana, trad. it. a cura di M. Respinti, Gribaudi, Milano 1998, p. 120. [15] G. H. Nash, op. cit., p. 292. [16] Cfr. William F. Buckley, Jr., God and Man at Yale, Henry Regnery Company, Chicago 1951. [17] Il riferimento è almeno a Willmoore Kendall, The Conservative Affirmation in America, Henry Regnery Company, Chicago 1963; a Idem e George W. Carey, The Basic Symbols of the American Political Tradition, Louisiana State University Press, Baton Rouge 1970, 2a ed., The Catholic University of America Press, Washington 1995; nonché a John Courtney Murray s.j., We Hold These Truths: Catholic Reflections on the American Proposition, Sheed and Ward, New York 1960. [18] Patrick J. Buchanan, The Voice in the Desert, introduzione a B. M. Goldwater, The Conscience of a Conservative, Regnery Gateway, Washington 1990, p. 21. [19] Niccolò Machiavelli, Discorsi, I, 12.
Tratto da Marco Respinti,
"Barry M. Goldwater: il conservatorismo in azione". |
Gli autori
MASSIMARIO DEL PENSIERO CONSERVATORE
IDEOLOGIA:NEGAZIONE DI OGNI IDENTITA’
Manifesto delle identità e delle tradizioni
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