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Manifesto delle identità
e delle tradizioni
1.Patria
intesa come Terra dei Padri.
2. Le origini valgono più
dell’originalità.
3. Più dei tempi contano i
luoghi.
4. Elogio delle benefiche
disuguaglianze contro l’appiattimento egualitario.
5. Concretezza delle tradizioni anziché
astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
7. Identità intese come
ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale,
regionale, civico e familiare.
9. La politica prima
dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi
entusiasmi.
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www.diramm.it
| |
| nome |
Antonio |
| cognome |
Rosmini |
| periodo |
1797-1855 |
| opera
principale |
filosofia della politica |
| regione |
Piemonte |
Antonio Rosmini
La libertà per la Chiesa e della Chiesa, fu l'assoluto della ricerca di Rosmini,
la suprema Necessità, nutrita da una convinzione profonda che di questa libertà
della Chiesa avesse bisogno la stessa società civile. Quanto alla politica, essa
non poteva ridursi al problema dei mezzi per procacciarsi i beni materiali,
ignorando o misconoscendo quella società interna, invisibile, dove realmente
avvengono le trasformazioni. Questo rapporto fra società visibile e invisibile,
fra società materiale e spirituale - prendo le parole dalla bella introduzione
di Mario D'Addio alla edizione della Filosofia della politica da lui curata -
non è un rapporto statico, di due entità o elementi separati, ma è un rapporto
dinamico, in quanto tutti i principi ed in fondamentali modi di essere della
società si attuano nel corso del processo storico. Ma anche questo discorso
rimane sospeso, estraneo alle corti e a tutti i circoli del ripensamento
controrivoluzionario, estraneo ai pentiti delle armonie fra moderati e
socialisti, monarchici e repubblicani; la mano, fra gli intellettuali cattolici,
tornò agli epigoni di De Maistre e Bonald. La lezione di Rosmini andò dispersa?
La storia del Risorgimento da Cavour a Balbo a Manzoni passa attraverso le
pagine del Rosmini. Rimase fino all'ultimo dei suoi giorni, nella convinzione
che non ci sarebbe stato nemmeno per l'Italia, passione e anima dei suoi
scritti, alcun rinnovamento, senza una profonda compenetrazione fra i principi
del liberalismo moderato e la fede, la carità, recuperando quell'unità
dell'umano, del primato finalistico della politica per l'elemento divino che
l'informa; un'affermazione che ritroviamo negli intellettuali, politici e
scrittori, che hanno improntato l'azione politica del Risorgimento e che
leggiamo anche nei discorsi di Fedele Lampertico, che polemizzò fortemente
contro l'astensione elettorale dei cattolici e il non expedit, perché
allontanava i cattolici dal mondo moderno, li isolava dal "movimento storico"
della società: "L'astensione elevata a obbligo di coscienza - scriveva
Lampertico nel 1890 - era l'anomalia più assurda e contraddittoria che
affliggesse i rapporti fra lo Stato e la Chiesa". La lezione rosminiana arrivò
fino a Luigi Sturzo - come abbiamo già rilevato - che pur operò obbedendo alla
norma del non expedit, ma la lesse e l'interpretò come avviamento all'azione,
come preparazione nell'astensione, secondo la formulazione adottata dai
cattolici lombardi, fino a quando, agli inizi del nostro secolo, insieme con la
critica rivolta all'ibridismo politico-religioso dell'Opera dei congressi, al
rischio dell'utilizzazione politica della fede, formulava l'idea di un partito
laico dei cattolici, aconfessionale come diceva, fondato sulle "virtù speciali",
che devono ispirare la politica, come avevano insegnato il Roveretano e Cesare
Balbo, e che Sturzo elencò tal quale: moderazione, prudenza, sapienza, cortesia,
carità. In Sturzo fu continua la sua attenzione su Rosmini; non ho l'impressione
che ne conoscesse tutta l'opera, però non smise mai, ogni volta che se ne
offerse l'occasione, di riprendere gli studi gnoseologici e quelli
sull'educazione del Roveretano, anche negli anni dell'esilio. Da questo punto di
vista il Carteggio, come ho già rilevato, che Luigi ebbe con il fratello Mario,
vescovo di Piazza Armerina, è un documento prezioso. Gli anni londinesi furono
anni di riflessione speculativa e teoretica molto importanti per Luigi. I temi
sono vari, anche se trattati per cenni: sulla spiritualità, su Rosmini e Blondel,
sull'opuscolo del Roveretano Sull'unità dell'educazione, su l'atto conoscitivo,
su Rosmini e l'idealismo. "Un'osservazione da pedante" formula Sturzo in una
lettera al fratello (Londra, 18 febbraio 1930): "In Italia i filosofi si
prendono la libertà di creare vocaboli troppo largamente, il che non avviene né
in Francia né in Inghilterra: tradurre, ad esempio, analiticistico (...). Ma
forse è comodo, quindi va consentito. Però in Italia, i filosofi non acquistano
che raramente un posto fra i classici nazionali, e invece in Francia e in
Inghilterra quasi tutti i grandi filosofi sono dei classici (...). Noi invero
dobbiamo stentare per leggere Vico, Gioberti, Rosmini: sono intollerabili,
letterariamente parlando".
Ma non vi è dubbio che la più bella attenzione del pensiero e del sentimento che
Sturzo nutrì per il Roveretano, è nelle parole che egli riferì al padre
Bozzetti, padre generale dei rosminiani in Irlanda: "Io prego tanto il vostro
venerato fondatore ogni giorno, che mi conceda di vedere l'Italia ritornata
libera, senza tirannia fascista. Lo prego anche per la conversione di un
professore che non conosco personalmente, ma che stimo e apprezzo per diverse
ragioni. Come lo vorrei sugli altari il vostro Rosmini: mi darà il Signore
questa consolazione prima di morire?". A questo punto, se volessimo arrivare a
una conclusione, potremmo chiederci: a noi uomini che stiamo abbandonando il
Secondo Millennio, lasciandoci alle spalle, confusi dagli esaltanti e ambiziosi
successi tecnologico-organizzativi, più o meno globali, la memoria di orrori
inenarrabili, che nessun altro secolo conobbe; a noi che stiamo entrando nel
Terzo Millennio, con un vertiginoso e avvolgente cumulo di domande e di timori,
che rendono poco tranquille le nostre giornate, può giovare l'invito di Rosmini
ad analizzare meglio il nostro passato, senza dissociarlo dal nostro futuro?
Certamente egli ci ha già aiutato a vedere e a comprendere le fughe, le scelte
sbagliate, le condanne assurde e smisurate, che ritardarono o impoverirono la
necessaria consapevolezza di quel che era possibile e forse dovuto, per una
scelta inesauribile di libertà. Non che il nuovo non comportasse rischi, non
contenesse scorie e vizi - li annotò il Rosmini a proposito dei programmi
costituzionali - ma era anche convinto che il rapporto con l'antico avrebbe
potuto agevolare il cammino verso il moderno. Chiese aiuto alla filosofia, a
quella sua filosofia che si confrontò con l'idealismo tedesco, con le psicologie
delle masse, con le nascenti ideologie materialistiche, che ambivano assumere la
forma di nuovi cristianesimi, umanitario e immanenti.
Intuì per tempo che niente avrebbe potuto frenare la logica delle leggi
dell'economia moderna - si pensi alla sua polemica con Melchiorre Gioia - legate
a una sete di incolmabili appagamenti.
Di qui la domanda che leggiamo nella sua filosofia della politica, alla quale
non riusciamo ancora oggi a rispondere per l'inadeguatezza del fare politica:
"La civiltà dei popoli crescerà in ragione che cresce la somma dei suoi
bisogni?". Continueremo a sentirci ancora - in altre parole - solo come un
povero ingranaggio della dinamica produttiva, globale o meno che sia?
Tratto da:
“Questa non è l'Italia di Rosmini” di Gabriele De Rosa, in Avvenire.
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