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massimario del pensiero conservatore la rivista
Manifesto delle identità e delle tradizioni
1.Patria intesa come Terra dei Padri.
2. Le origini valgono più dell’originalità.
3. Più dei tempi contano i luoghi.
4. Elogio delle benefiche disuguaglianze contro l’appiattimento egualitario.
5. Concretezza delle tradizioni anziché astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
7. Identità intese come ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale, regionale, civico e familiare.
9. La politica prima dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi entusiasmi.
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La figura e il pensiero di Russell Kirk
La dottrina politica della Rivoluzione americana, in contrasto con quella della Rivoluzione francese, non era una teoria preparata allo scopo di rinnovare il mondo —Clinton Rossiter
La comparsa della prima traduzione in lingua italiana di un volume di Russell Kirk — storico delle idee e uomo di lettere statunitense nato nel 1918 e scomparso nel 1994 —, ovvero Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo[1], nonché la sua discreta e per certi versi inaspettata, benché recente, accoglienza nel mondo culturale e politico italiano, rende opportuna una presentazione globale, per quanto sintetica, della figura e della produzione dello studioso nordamericano.
Mi si permetta d’esordio una notazione di carattere personale, per quanto non priva di una certa rilevanza oggettiva. Tradurre e presentare in Italia Russell Kirk — come mi è accaduto di fare — non può che suscitare un certo «timore e tremore». Quanto al tradurre, si tratta di un autore più volte indicato come fine (e assai precoce) prosatore nella tradizione del grande Edmund Burke (1729-1797), suo maestro anche d’eloquenza. Diversi saggi kirkiani sono stati inseriti in antologie dedicate all’arte compositiva, fra cui spiccano quelle curate da autori conservatori “sudisti” di fama e d'interesse indiscutibili come Donald Davidson e Richard M. Weaver. Quanto al presentare — anche nel senso specifico dell’accompagnare il testo con una introduzione[2] —, Kirk ha sempre cercato di evitare che alle sue opere venissero premessi scritti di qualsiasi tipo, giacché (come ha notato T. Kenneth Cribb, Jr., presidente dell’Intercollegiate Studies Institute di Wilmington, Delaware[3]) desiderava essere lui a fornire, fino a quando fosse stato in vita, l’interpretazione diretta del proprio pensiero, affidandolo null’altro che alle migliaia di parole immortalate sulla carta stampata. Kirk ha invece peraltro redatto numerose introduzioni e prefazioni ad autori i più diversi, classici e contemporanei, e alle sue volontà sopra richiamate fanno vistosa eccezione la seconda edizione “speciale” di The American Cause, pubblicata nel 1966 con una premessa del noto scrittore John Dos Passos, e, in parte, The Roots of America Order che, nella terza edizione americana pubblicata nel 1991 (nel 1992 è comparsa un’edizione speciale del tutto identica, ma promossa dalla Young America’s Foundation, di Herndon, Virginia) veniva corredata da un epilogo — quindi non da un testo introduttivo, una sorta di “compromesso” — di Frank Joseph Shakespeare, Jr., ambasciatore statunitense preso la Santa Sede dal 1987 al 1989[4]. In qualche modo confortato da questi precedenti (e tenendo conto che, essendo lo studioso scomparso, i “termini” del suo “divieto” possono essere considerati superati), propongo di seguito alcuni tratti salienti della figura e dell’opera di Kirk che giudico qualificanti per la conoscenza del suo pensiero, soprattutto considerando che si tratta di un autore non ancora conosciuto nel nostro paese, come invece certo meriterebbe per mille motivi […].
I. Una vita sui libri
Lungi dall’essere il prodotto di una rivoluzione democratica e di un’opposizione alle istituzioni inglesi, la costituzione degli Stati Uniti fu il risultato di una potente reazione contro la democrazia, a favore delle tradizioni della madrepatria —Lord John Emerich Edward Dalberg Acton 1° barone Acton
Russell Amos Kirk nasce a Plymouth, nello stato del Michigan, il 19 ottobre 1918, da una famiglia americana di origini puritane (dalla famosa Plymouth del litorale atlantico i puritani si spostarono a colonizzare il wilderness dove sorgerà la nuova Plymouth del Michigan), di ceppo scozzese; e di questa discendenza — di cui lo studioso andava fiero — se ne ritrovano le tracce nel suo stesso cognome, che nella lingua dei suoi antenati significa “Chiesa”. Nel 1925, nella famiglia di Marjorie Rachel Pierce Kirk e di Russell Andrew Kirk, Sr. nasce Carolyn, sorella del futuro studioso[5]. Negli immediati predecessori di Russell Kirk, Jr., però, i tratti dell’ardore religioso originario avevano perso molto del proprio vigore, benché certi suoi spezzoni, pur secolarizzati, alimentassero ancora una certa moralità naturale piuttosto tipica della provincia americana e certo figlia del tempo, incentrata comunque su uno spiccato senso del dovere, sull’onestà, sulla fortezza e sulla temperanza, nonché sulla frugalità (sovente necessità trasformata in virtù, ma non per questo vissuta meno significativamente, né meno sinceramente). Fortemente influenzate dai genitori e dai nonni — tutte persone da cui imparerà molto, rammaricandosi poi (come ha osservato nelle memorie pubblicate postume) di quella sua caratteristica timida e schiva riservatezza che talvolta gli ha impedito di esplicitare affetto e gratitudine nella maniera in cui avrebbe desiderato[6] —, la fanciullezza, l’adolescenza e la gioventù di Kirk scorrono in una sorta di limbo affatto marcato dal segno di una religiosità cosciente e positiva. Dopo gli anni della scuola secondaria superiore, dal 1936 al 1940 Kirk frequenta il Michigan State College of Agriculture and Applied Science di East Lansing (oggi università), diplomandosi in Storia. Nel biennio 1940-41, si sposta nel Sud — i luoghi geografici lo influenzeranno sempre molto, secondo una sorta di implicito e inconscio atteggiamento “geoculturale” del tutto appropriato in un estimatore fine e intelligente (ossia, non prono a certi manierismi riduttivi) di Charles de Secondat barone di Montesquieu e di Alexis de Tocqueville — per studiare presso la Duke University, di Durham, nel North Carolina. Lì, consegue il titolo di Master of Arts (M.A.) in Storia, con una tesi dedicata allo “statista-piantatore” virginiano John Randolph (1773-1833). Questo lavoro, dedicato a una figura fondamentale lungo il cammino di avvicinamento kirkiano al pensiero di Burke, verrà pubblicato nel 1951 come Randolph of Roanoke: A Study in Conservative Thought[7], la sua prima pubblicazione in forma di libro. Completati gli studi nel giugno 1941, e incerto quanto al proprio futuro, in dicembre Kirk entra nell’Esercito degli Stati Uniti per svolgere il servizio militare (raggiungendo il grado di sergente) fino al 1945. Durante gran parte di questo periodo, il futuro studioso viene impiegato presso il Dugway Proving Ground nello Utah, dove è dislocato il Chemical Warfare Service. Nella desolazione del deserto di sale (nel 1942 lo raggiunge la notizia della scomparsa della madre), Kirk si dedica a meditazioni solitarie e alla lettura di classici dello stoicismo antico (in un certo senso continuazione e approfondimento della morale impartitagli dall’ambiente famigliare), a cui s’accompagna la corrispondenza con Albert Jay Nock (autore, peraltro, molto diverso da lui, la cui influenza però non lo abbandonerà, in un certo senso, mai[8]). È questo un momento assai importante nella maturazione spirituale del giovane Russell. Le prime infatuazioni di tipo libertarian, tutte concentrare (come era spesso il clima intellettuale dell’epoca negli ambienti dell’opposizione cosciente al socialcomunismo) a enfatizzare la concezione individualistica ed esteriore della libertà, verranno presto sostituite da un atteggiamento molto più rivolto all’interiorità, nel quadro del quale la libertà viene intesa soprattutto in senso morale come trionfo sulle passioni disordinate. Di pari passo, dunque, Kirk recupera progressivamente anche i concetti di ordine e di autorità, non più visti — in senso liberale — come antagonisti della libertà del singolo, ma anzi condizione principale per un’autentica libertà personale. Inizia dunque qui il cammino verso la conquista della dimensione della “sottomissione totale a Dio” come condizione e sostanza della perfetta libertà, al quale il futuro padre del conservatorismo statunitense — per utilizzare un’immagine che Clive Staples Lewis adopera per descrivere la propria conversione — si “arrenderà” compiutamente anni dopo[9]. Pur avendo intrapreso studi regolari quasi per caso, presto Kirk maturerà l’idea di dedicarsi professionalmente al mondo della cultura, della ricerca e della pubblicistica, inaugurando di lì a pochi anni una carriera che lo porterà a essere inaspettatamente considerato (almeno in un certo mondo culturale selezionato, benché vasto e rilevante) uno degli autori più influenti e rispettati, anche se non popolari nel senso in cui lo sono star e vedette dell’odierna cultura-spettacolo non solo americana. Una vocazione, insomma, maturata in un silenzio e in un’umiltà che sono divenute caratteristiche anche della sua attività successiva. Terminato il servizio militare e deciso a divenire (come amava sottolineare) man of letters indipendente, e dopo essere stato al centro di una disputa con i propri colleghi sugli standard accademici, lo studioso lascia l’incarico di assistente alla cattedra di Storia della civiltà presso il Michigan State College che aveva ricoperto dal 1946 al 1953. In questo stesso periodo, peraltro, Kirk aveva intervallato l’insegnamento con frequenti viaggi all’estero dovuti agli studi per il dottorato presso l’antica università scozzese di St. Andrews, ateneo che egli aveva precedentemente imparato ad amare dalle pagine di un saggio d’argomento classico di Sir D’Arcy Thompson[10] e a cui dedicherà poi un’opera di carattere storico[11]. Fra il 1948 e il 1952, risiedendo in diversi luoghi della contea di Fife — dall’abitazione del villaggio portuale di Pittenweem alla Durie House del maggiore Ralph Christie e della sua famiglia — e frequentando persone note e meno note che contribuiranno da un lato a rispolverarne le radici scozzesi, dall’altro al progresso del suo cammino spirituale e culturale — indimenticabili sono la figura del poeta convertito al cattolicesimo George “Scomo” Scott-Moncrieff, quella dello scultore Hew Lorimer di Kellie Castle e quelle dei Lindsay, conti di Crawford e Balcarres —, Kirk completa i propri studi, elaborando e redigendo una tesi che nel 1953 verrà pubblicata con il titolo The Conservative Mind: From Burke to Santayana[12]. Ancora una volta, si fa sentire in maniera decisiva l’influenza dei luoghi — la moglie Annette lo noterà diversi anni dopo[13] —, e così Kirk, fra Inghilterra e Scozia, mette mano a quella che diverrà la sua opera fondamentale. Nello stesso 1953, lo studioso americano incontra Thomas Stearns Eliot, al quale — da quel momento in poi — lo legheranno un’amicizia e una consuetudine durata fino alla scomparsa del grande poeta angloamericano. Dottore in lettere presso la prestigiosa università scozzese, Kirk decide però di tornare nell’amato Michigan dei taglialegna, trasferendosi nel piccolo villaggio fuori mano di Mecosta, fondato da un suo avo. Lì prende residenza nella casa dei bisnonni e trasforma un vecchio edificio di caratteristici mattoni rossi — all’olandese —, già adibito a fabbrica di giocattoli in legno, in una biblioteca fornitissima: ovvero, in un luogo che presto — assieme alla residenza, Piety Hill, distrutta in un incendio il Mercoledì delle Ceneri del 1975 e ricostruita su suo progetto in uno stile originale e inusitato che guarda all’Italia del Rinascimento — diverrà meta di continui “pellegrinaggi” da parte dei molti (studenti e studiosi) che affolleranno — ma sempre con la discrezione e la signorilità che Kirk ispirava, riveriva e manteneva — i seminari residenziali organizzati in collaborazione con l’Intercollegiate Studies Institute della Pennsylvania (poi Delaware) e con la Marguerite Wilbur Eyer Foundation della California, o che vi soggiorneranno per lunghi periodi di tempo dedicati allo studio, alla ricerca e all’approfondimento. Una decisione precisa quella di Kirk, il quale desiderava rifuggire il mondo caotico e confuso delle grandi città industriali per “tornare alle radici” (familiari e culturali); non vi pensò per anni, ma quando deciderà di sposarsi, lo studioso darà vita a una comunità umana stabile (alternativa alla “mobilità” tipica di certi americani) il cui perno sarà proprio la sua famiglia. Ospiti, profughi di diversi paesi — dal Vietnam all’Etiopia socialcomunisti — e perfino Clinton Wallace, un hobo (un vagabondo) amante della poesia e refrattario al lavoro manuale, troveranno per anni calda ospitalità nell’household dei Kirk.
Vivere in prima persona, insomma, le idee e i princìpi d’ordine, di continuità, di solidità e di devozione verso il passato per la costruzione di un futuro non utopistico, ma davvero a misura d’uomo e possibilmente secondo il piano di Dio, la cui apologia trovava spazio nelle pagine dei libri e degli articoli: questa è stata la caratteristica di una delle figure più singolari e più importanti dell’America contemporanea. Mettere in pratica, dunque, quel conservatorismo “tradizionalista” di cui egli è divenuto l’emblema, vivendolo oltre che scrivendone e inseguendone devotamente e minuziosamente tratti e tracce presso mille personaggi e momenti storici diversi: questo è il lascito più significativo di Russell Kirk, un uomo che — come pochi, anche fra i “buoni” — ha cercato innanzitutto di ridurre al minimo lo iato fra vita, cultura e (una volta avutala in dono) fede.
In breve tempo, il nome di Kirk si fa strada nel mondo della cultura e The Conservative Mind assume sempre di più i caratteri di un’opera fondamentale. Negli anni 1950, la cultura conservatrice statunitense vive una nuova stagione di freschezza. Diversi sono gli autori e le correnti di pensiero che s’intrecciano e si confrontano in questo momento di rinnovato vigore, allo scopo di offrire un’alternativa credibile al mondo stanco e deludente delle ideologie, ma un posto senza dubbio di prim’ordine spetta alla rinascita d'interesse nei confronti della figura e della filosofia del pensatore e statista angloirlandese Edmund Burke e, di conseguenza, alla riscoperta della tradizione del diritto naturale classica e cristiana. In quest’ambito, uno dei pionieri e degli interpreti più coscienti, seri e fecondi — certo non l'unico — è proprio Russell Kirk[14]. Il conservatorismo postbellico statunitense, del resto, non è affatto una corrente di pensiero monolitica, ma si presenta all’osservatore come composto di più anime, di più correnti — un network insomma. In esso, dunque, Kirk (ma evidentemente non da solo) si pone come figura centrale del filone definito “tradizionalista” e, fra i “tradizionalisti”, Kirk pone enfasi straordinaria sul pensiero burkeano[15]. È stato detto che The Conservative Mind ha offerto al rinascente, ma ancora acerbo, mondo conservatore nordamericano un’indispensabile consapevolezza di sé, in un momento in cui molti sapevano cosa non volere (il radicalismo, il liberalismo e le ideologie di sinistra), ma pochi in positivo possedevano con chiarezza una visione del mondo organica e autenticamente alternativa[16]. In diversi casi, del resto, gli stessi avversari liberali e/o progressisti eviteranno di attaccare Kirk frontalmente, forse accusando il colpo, certo apprezzandone la pacatezza e il savoir faire mai però disgiunti dalla fermezza delle posizioni e dalla volontà di non cedere ad alcun compromesso quanto ai princìpi[17]. Inoltre, l’interesse verso The Conservative Mind mostrato da un entusiastico Eliot aiuterà l'opera a varcare i confini nazionali, pur rimanendo nell’ambito della cultura anglosassone (un’edizione britannica dell’opera — che riproduce la seconda, riveduta, pubblicata nel medesimo anno a Chicago per i tipi di Regnery — esce a Londra nel 1954 proprio per interesse e per volontà del poeta[18]). L’interazione fra i due scrittori, peraltro, si spingerà ben oltre: lo studioso nordamericano, infatti, seguendo il suggerimento eliotiano di proseguire la ricerca sull’eredità burkeana nel mondo anglosassone anche oltre la figura del filosofo George Santayana, decide presto di ampliare la panoramica, estendendola appunto fino alla considerazione dell’opera dello stesso poeta angloamericano, così che le edizioni successive (dalla terza fino alla settima, in anni più recenti, tutte rivedute) recheranno il sottotitolo modificato From Burke to Eliot. Sono dunque queste due importantissime figure del mondo culturale britannico a costituire le colonne che sostengono l’intera elaborazione culturale kirkiana.
A The Conservative Mind s’affiancano e seguono numerose altre opere (trenta sono i volumi pubblicati in vita); centinaia di saggi, articoli e recensioni; nonché decine e decine d’interventi come visiting professor e di conferenze non solo in ambito anglosassone, che hanno fatto di Kirk uno dei più apprezzati e quotati pensatori del panorama nordamericano contemporaneo. Questi suoi tour in molte nazioni del mondo — per quattro volte è giunto anche in Italia, negli anni Sessanta, a metà e alla fine degli anni Ottanta e all'inizio degli anni Novanta[19] — si collegano, peraltro, anche a un’altra caratteristica fondamentale della sua personalità (in modo per certi versi paradossale, se si tien conto del suo carattere schivo): ovvero, quella di oratore e di narratore. Le sue conferenze e i suoi interventi pubblici, infatti, si sono sempre svolti all’insegna dell’eleganza e della finezza oratoria, una passione che Kirk ha coltivato sin dalla gioventù, accanto a quella della narrazione: in perfetto stile britannico, lo studioso ha amato innanzitutto raccontare in prima persona, ma poi sovente mettere per iscritto, ghost stories, fiabe, favole, racconti surreali e thriller più o meno metafisici (per utilizzare un’espressione comune in certi ambiti letterari inglesi e scozzesi non distanti dalla sensibilità e dagli interessi kirkiani), nonché storie nate dalla reinterpretazione fantastica e immaginativa di esperienze vissute realmente, e di conoscenze e di intuizioni accumulate in anni di viaggi in America, in Europa e in Africa. Questa produzione del tutto particolare (ma affatto separata dalla saggistica) gli è valsa diversi premi e riconoscimenti pubblici, nonché una certa fama specifica presso i cultori di tale genere letterario, tanto che per alcuni, ignari dell’impegno politico, filosofico, storico e religioso kirkiano, egli è e rimane soprattutto il felice autore di indimenticabili novelle, come la famosa There’s a Long, Long Trail a’Winding, pubblicata originariamente nel 1976 e unica sua prova narrativa pubblicata anche in lingua italiana nel 1989, con il titolo C’è una lunga, lunga strada tortuosa[20]. A questa settore appartengono, dunque, i volumi Old House of Fear; A Creature of the Twilight: His Memorials; Lord of the Hollow Dark; nonché le raccolte di racconti The Surly Sullen Bell: Ten Stories and Sketches, Uncanny or Unconfortable, with a Note on the Ghostly Tale; The Princess of All Land; e Watchers at the Strait Gate[21].
Nell’insieme, i molti volumi che Kirk ha dedicato alla storia, alla critica sociale, alla letteratura e al pensiero politico, pur intervenendo ad hoc nei dibattiti culturali dell’America degli ultimi quarant’anni, costruiscono un grandioso edificio culturale che pone le proprie fondamenta in The Conservative Mind, del quale pure ampliano lo spettro. Importantissime sono opere come A Program for Conservatives (ripubblicato in versione riveduta per ben quattro volte, alternando questo titolo a quello — più consono allo spirito kirkiano — di Prospects for Conservatives); Beyond the Dreams of Avarice: Essays of a Social Critic (parte del qual raccoglie significative considerazioni redatte durante i soggiorni dell’autore in Gran Bretagna, negli anni 1950); The American Cause («un volumetto riguardante le istituzioni e i princìpi morali, politici ed economici americani, [...] scritto in ragione dell’ignoranza di tali questioni che aveva afflitto molti soldati americani durante la Guerra di Corea», che «per un certo periodo di tempo l’Accademia dell’Aeronautica Militare utilizzò [...] come libro di testo»); Confessions of a Bohemian Tory: Episodes and Reflections of a Vagrant Career (la sua prima prova autobiografica); e The Intemperate Professor, and Other Cultural Splenetics (una raccolta miscellanea, fra cui spicca quella che è stata considerata la miglior prova saggistica kirkiana, Cultural Debris: A Mordant Last Word[22]). Due altri testi specifici assumono particolare significato per quanto riguardo il Kirk “storico delle idee”: Edmund Burke: A Genius Reconsidered ed Eliot and His Age: T.S. Eliot’s Moral Imagination in the Twentieth Century[23], ovvero le biografie intellettuali “dell’alfa e dell’omega” della forma mentis conservatrice che lo studioso nordamericano ha inseguito e descritto lungo le due sponde atlantiche del mondo culturale anglosassone. La prima costituisce il tentativo di “fare il punto” sull’uomo politico angloirlandese, che ha costituito l’approdo della ricerca culturale di Kirk[24], mentre la seconda è un vastissimo affresco della personalità e delle opere del grande poeta e critico letterario novecentesco. Quest’opera — un ritratto colmo di impressioni di prima mano raccolte dall'autore nel corso della sua personale frequentazione con Eliot — rappresenta certo uno dei massimi vertici della produzione kirkiana, e in patria gli è valso riconoscimenti di vario tipo, inclusi un premio letterario e la segnalazione come studio d'importanza primaria nel saggio che Allen Tate ha dedicato al poeta sull’Encyclopædia Britannica. La genialità multiforme dello studioso si esprime poi sempre più compiutamente in opere come Enemies of the Permanent Things: Observations of Abnormity in Literature and Politics[25], una singolare raccolta di saggi dedicati al pensiero politico e alla critica letteraria che, secondo George A. Panichas, attuale direttore di Modern Age, rappresenta le idee e la critica di Kirk, nonché la sua essenza di man of letters, meglio di qualsiasi altro suo volume[26]. The Roots of America Order, The Conservative Constitution e America’s British Culture[27] rappresentano, quindi, un grandioso affresco delle origini prossime e remote della nazione americana — il “Founding” —, nonché della cultura a esso soggiacente, condotta lungo linee interpretative del tutto antitetiche rispetto a certe interpretazioni correnti. La riflessione kirkiana si è, peraltro, occupata anche dei problemi legati all’educazione e all’istruzione, accompagnando la denuncia dei guasti del sistema scolastico (come la minaccia alla libertà d’insegnamento, il livellamento degli standard accademici e i mali introdotti dalle nuove ideologie pedagogiche) alla difesa e alla riproposizione della cultura umanistica classica, portatrice di valori immortali. Volumi come Academic Freedom: An Essay in Definition (tradotto anche in coreano) e Decadence and Renewal in Higher Learning, accanto al libro di testo per corsi di matematica nelle scuole secondarie superiori Economics: Work and Prosperity, hanno ottenuto al loro autore una meritata fama anche in questo specifico campo[28]. Oltre ai numerosissimi contributi apparsi in periodici americani e britannici d’ogni tipo — ma anche tedeschi, olandesi, norvegesi, spagnoli e italiani —, dal primo numero del quindicinale National Review, nel novembre 1955, e sino al dicembre 1980, Kirk ha redatto una rubrica dedicata ai temi dell’educazione intitolata From the Academy; nel 1957 ha fondato il trimestrale Modern Age — il quale, pubblicato dall’Intercollegiate Studies Institute, costituisce attualmente il più importante periodico del conservatorismo culturale nordamericano —, cedendone ad altri la direzione due anni dopo; nel 1960, ha assunto la direzione della fondazione The Educational Reviewer, attraverso la quale ha fondato e diretto il trimestrale The University Bookman (attualmente diretto dalla moglie Annette, che per anni ha seguito e coordinato le attività culturali e pubblicistiche del marito, e dal cognato Jeffery O. Nelson); e dal 1962 al 1976 è stato autore di una rubrica intitolata To the Point, pubblicata simultaneamente in diverse testate giornalistiche statunitensi. Dal 1988, ha diretto la collana «The Library of Conservative Thought», per l’editore Transaction, di New Brunswick (New Jersey), pubblicando una trentina di volumi fra classici e opere nuove (dopo la scomparsa di Kirk, la collana è continuata fino al 1998 sotto la direzione di Milton Hindus, della Brandeis University). Attivo nelle campagne pro-life e nella politica nazionale, Kirk non ha mai voluto assumere cariche politiche ufficiali, nonostante si sia schierato apertamente a fianco di uomini come Robert A. Taft, Barry M. Goldwater e Ronald Reagan — ne è prova fra l’altro il volume, redatto assieme a James McClellan, The Political Principles of Robert A. Taft[29] —, malgrado il fatto che diverse volte sia stato ufficialmente ricevuto da presidenti degli Stati Uniti (sovente perché richiesto di consigli) e benché nel 1992 sia stato chairman onorario della campagna elettorale di Patrick J. Buchanan, per le elezioni primarie dello stato del Michigan.
Lontano da ogni tipo di fede religiosa durante gli anni della giovinezza, Kirk non ha mai fatto serie professioni di ateismo, anche se in alcuni suoi scritti giovanili la difesa del patrimonio culturale e spirituale dell’Occidente si alterna ad alcune (evidentemente contraddittorie) critiche al cristianesimo. Da questa confusione, Kirk si è progressivamente emancipato attraverso molte letture e molto studio, nonché — soprattutto — attraverso la frequentazione di alcune persone che ne hanno particolarmente influenzato il percorso spirituale. Lo stoicismo coltivato sui classici che succedette all’agnosticismo giovanile, peraltro, nella misura in cui ha costituito una visione del mondo fondata sulle virtù e sul diritto naturale, è stato in qualche modo funzionale alla sua futura adesione al cristianesimo. Dunque, per quanto fortemente affascinato dal mondo liturgico e culturale anglicano, nel 1964 Kirk ha abbracciato il cattolicesimo. Nel medesimo anno, lo studioso nordamericano si è sposato con Annette Yvonne Courtemanche, da anni attiva del mondo politico conservatore e nel mondo cattolico della costa orientale, che darà allo studioso quattro figlie. Fra i numerosissimi avvenimenti significativi, personali e pubblici, della sua ricca esistenza (impossibili anche solo da sintetizzare nello spazio di un breve inquadramento biografico), due episodi piuttosto recenti meritano speciale menzione, soprattutto nell’ottica della “redenzione del tempo” — secondo l’espressione eliotiana che Kirk ha trasformato in una propria versione culturale della «buona battaglia» paolina —, ovvero della considerazione del testimone che lo studioso ha lasciato a una crescente “scuola” di discepoli diretti e indiretti. Si tratta della pubblicazione della raccolta di saggi e di contributi The Unbought Grace of Life: Essays in Honor of Russell Kirk e la comparsa postuma della ricca autobiografia The Sword of Imagination: Memoirs of a Half-Century of Literary Conflict[30] (fra i quali si è inserita la ricorrenza del 40° anniversario della prima edizione di The Conservative Mind[31]). Ovvero, di due formidabili punti di partenza per la ricostruzione organica e critica del pensiero e dell’opera di uno dei più significativi e originali autori dell’America (e dell’Occidente) contemporanea che certa merita adeguato studio, giacché costruisce (sia mediante i contenuti specifici dei suoi scritti, sia attraverso l’intera visione storico-filosofica che indica e suggerisce anche oltre sé stesso) una chiave di volta imprescindibile per la comprensione dell’esperienza nordameriana nel contesto della civiltà cristiana romano-germanica.
Il 29 aprile 1994, all’età di settantasei anni, Russell Kirk scompare nella sua casa di Mecosta. Uno dei suoi ultimi pensieri s’indirizza a Papa Giovanni Paolo II. Nel villaggio sperduto del Michigan centrale che egli tanto ha amato, la sua eredità culturale viene ora coordinata da «The Russell Kirk Center for Cultural Renewal», diretto dalla moglie Annette.
Se quella di Russel Kirk è certamente stata una vita spesa su e in mezzo a libri — dunque, in questo senso, nel senso latino, “liberale” —, certo la prospettiva culturale da lui promossa non rimane affatto confinata ai libri, né lo potrebbe essere in un autore che si è posto come uno dei maggior interpreti della tradizione anglosassone anti-illuministica, giacché solo nel riduzionismo illuministico la cultura coincide con i libri.
II. Il pensiero conservatore
Anzitutto mi sembra necessario distinguere accuratamente le istituzioni degli Stati Uniti dalle istituzioni democratiche in generale —Alexis de Tocqueville
Già un breve excursus sulla vita e sulle opere kirkiane può per certi versi essere sufficiente a inquadrarne lo spirito. Ma qualche cenno specifico è doveroso farlo per quanto riguarda i contenuti distintivi della sua produzione intellettuale e pubblicistica, cercando anche di esplicitare i significati che per Kirk e per il contesto culturale-religioso angloamericano, e in specifico nordamericano, sono insiti nelle espressioni “conservatorismo” e “tradizionalismo”.
I “canoni” fondamentali del pensiero conservatore tradizionalista, secondo l’articolazione kirkiana, vengono enunciati nelle pagine iniziali di The Conservative Mind: la fede in un ordine trascendente che regola sia la società sia la coscienza dei singoli, ovvero il riconoscimento del diritto naturale; la devozione alla molteplicità dei modi dell’esistenza umana e del carattere misterioso che la permea e la circonda, in opposizione all’egualitarismo e agli obiettivi utilitaristici della maggior parte dei sistemi filosofico-politici radicali (questa l’espressione inglese che indica le ideocrazie potenzialmente o fattualmente totalitarie); la convinzione che per una civiltà sia indispensabile preservare la struttura gerarchica di ordini e di ceti contro l’idea di una “società senza classi”; la persuasione della stretta interconnessione fra libertà e proprietà privata; la fiducia nella consuetudine e nella tradizione (prescription) contro i tentativi di “ingegneria sociale” promossi, come diceva Burke, dai sofisti, dai calcolatori e dagli economisti, secondo astratti e preconcetti schemi di approccio alla realtà sociale umana; e il riconoscimento della non coincidenza fra mutamento sociale e salutare riforma della res publica[32]. Ciò nonostante, Kirk non è affatto incline all’elaborazione di una rigida sistematizzazione del pensiero conservatore (più volte ha sottolineato che non si tratta né d’una filosofia nel senso stretto del termine, né tantomeno di un’ideologia), e preferisce descriverlo (sovente per “approssimazioni successive” o per “descrizioni partecipative”) come un “atteggiamento”, una “visione del mondo” e una forma mentis. Nel titolo della sua opera fondamentale, del resto, compare significativamente il termine mind che rende gli italiani “mentalità” e “spirito”[33]. Scorrendo le pagine delle sue opere, appare evidente come l’omogeneità degli autori trattati non sia affatto scontata qualora se ne ricerchi il denominatore comune a livello di scelte politiche concrete e/o partitiche: quanto, però, nella visione kirkiana, accomuna tutti «pilastri dell’ordine»[34] trattati di volta in volta è appunto una mentalità — quella descritta nei “sei canoni” di The Conservative Mind. L’intera ratio del conservatorismo tradizionalista kirkiano, però, riposa su un ulteriore pietra angolare: Edmund Burke. Sotto un certo aspetto, non si è lontani dal vero affermando che nella prospettiva dello studioso nordamericano la figura dello statista e pensatore angloirlandese presenta un duplice aspetto: dalle pagine di Kirk, infatti, emerge sia una apprezzamento diretto di Burke, sia una lettura dell’uomo e dell’opera che finisce per trascendere i connotati specifici del pensatore angloirlandese per farne quasi l’“emblema” di un intero mondo culturale. Burke come «filosofo politico perenne», cioè, secondo l’espressione di Peter J. Stanlis[35]. In questo quadro, lo statista settecentesco si configura come un elemento centrale della tradizione anglosassone (dell’autentica tradizione anglosassone, direbbe Kirk), dunque come “ricettacolo” di quanto il mondo culturale statunitense descrive come “Grande Tradizione” occidentale: un patrimonio culturale immenso che pone le proprie radici nella Legge e nei profeti ebraici, nella cultura greco-romana e nella Rivelazione cristiana, e che si sviluppa, si arricchisce e si trasmette lungo il Medio Evo. Di quest’ultima epoca storica, peraltro, l’approccio kirkiano torna ad esaltare soprattutto (ma non esclusivamente) la dimensione inglese-britannica che, pur tumultuosamente, conserva certi suoi caratteri distintivi durante i primi secoli della Modernità successiva alla Riforma protestante per poi “confluire” appunto in Burke. Il Burke di Kirk, dunque, è un pensatore che porta e assomma in sé l'eredità giuridico-culturale britannica, il cristianesimo patristico e medioevale, e la saggezza degli antichi. E, come ha più volte affermato Gilbert Keith Chesterton, l’Inghilterra è stata ed è Europa[36]. Si tratta, insomma, dell’intera tradizione culturale cristiana romano-germanica, filtrata — come bene illustrano le pagine di America’s British Culture — attraverso “lenti” britanniche. E Burke fu il primo e il più influente critico della Rivoluzione francese e della cultura che l'ispirò e la guidò: per questo motivo, in Kirk egli assume i tratti di una vera e propria icona del conservatorismo capace di “riassumere” in sé un intero patrimonio culturale per consegnarlo ai discendenti d’America degli europei cristiani. Nella Rivoluzione francese, Burke vedeva (e sulla sua scorta Kirk vede) il tentativo esplicito e lucido non tanto di promuovere riforme più o meno efficaci o legittime, né tantomeno solo lo sforzo di eliminare un determinato sistema politico, quanto il colossale progetto — sottile, pervicace, violento e “diabolico” — di distruggere completamente la civiltà cristiana europea: nella lettura burkeana della storia, gli avvenimenti e la filosofia “francesi” costituivano il tentativo di erigere una civiltà fondata su premesse esattamente antitetiche a quelle cristiane e naturali. Il 1789, dunque, viene a costituire un vero e proprio spartiacque della storia occidentale a divisione della Cristianità e della Modernità, ponendosi sia come sua certa data di nascita politica, sia come termine ad quem della sua lunga gestazione culturale — periodo per molti versi nebuloso, contraddittorio e incerto —, nella misura in cui esso permette di distinguere nettamente un prima e un dopo. Sulla base del 1789, dunque, lo studioso nordamericano distingue il proprio conservatorismo da quello di molte altre forme di “destra culturale” dell’America contemporanea o dell’Occidente moderno, e in questo senso la sua visione politica, così come quella degli altri autori e commentatori angloamericani che ne condividono le premesse e la sostanza, assume il nome di “conservatorismo tradizionalista” con riferimento, appunto, alla Grande Tradizione occidentale i cui contenuti potrebbero essere sintetizzati nella scienza politica classica, nel diritto naturale romano-cristiano e nella filosofia del senso comune.
Da tutto ciò, emerge evidente l’importanza di un altro grande elemento che Kirk, unitamente alla capacità di «immaginazione morale»[37], considera indispensabile per l’uomo politico: la prudenza che, modellata sulla phronesis aristotelica e sulla ragion pratica della morale cristiana, costituisce la prima virtù politica, ovvero la prima arte necessaria alla conservazione, alla difesa e all'incremento dell’ordine della res publica. Il conservatorismo burkeano-kirkiano, allora, si avvicina alla concezione demaistreana di “contro-rivoluzione”, che non è azione romantica e cronolatrica volta a favorire una “rivoluzione di segno contrario” al progressismo benché di analoga sostanza, ma che si pone come il contrario stesso dell’essenza sovversiva della Rivoluzione. In questo senso, la forma mentis conservatrice non rappresenta affatto la conservazione della situazione presente (quella che a volte configura meramente il bottino fin a quel momento ottenuto del procedere storico del processo rivoluzionario), o una reazione incosulta e irrazionale dalle prospettive piuttosto grette (Kirk ha più volte criticato questo “conservatorismo” generico e riduttivo) che idealizza acriticamente e ingenuamente il passato in quanto tale, ma una visione del mondo articolata e d’ampio respiro che mira a preservare un'intera cultura e un’intera civiltà attraverso la «purificazione» della tradizione[38], applicata poi per illuminare il presente e per costruire un futuro a misura d’uomo e secondo il piano di Dio. In questo senso, il conservatorismo kirkiano si avvicina al pensiero di Plinio Corrêa De Oliveira che descrive la Contro-Rivoluzione come (autenticamente) conservatrice nella misura in cui conserva la verità delle cose contro il progressismo rivoluzionario che mira a distruggerla, ma che al contempo non è conservatrice nel senso della conservazione del mero status quo[39].
III. L’albero si vede dalle radici
È semplicemente la democrazia spuria della Rivoluzione francese che ha distrutto l’Unione, disintegrando i resti delle tradizioni e delle istituzioni inglesi —Lord John Emerich Edward Dalberg Acton 1° barone Acton
«Perché vi sia ordine nella società, vi deve essere ordine nell’anima, e viceversa. Non si può avere l’uno senza l’altro. Dunque, non è appena la libertà, ma la libertà ordinata che dobbiamo cercar di preservare. Altrimenti, i barbari entreranno sfondando le porte»[40]. La lettura della storia — e della storia nordamericana in particolare — di Kirk s’incentra sulla relazione essenziale esistente fra “uomo interiore” e “uomo esteriore” senza descrivere soluzioni di continuità fra le due dimensioni, benché egli sia profondamente cosciente (e difenda strenuamente) l’opportuna distinzione dei due ambiti. Anzi, secondo Kirk, è proprio da questa continuità malleabile che l’una e l’altra dimensione giungono a piena maturazione, conservando le proprie caratteristiche specifiche e piegandosi alle necessità della controparte, così che, per contrasto, è possibile ricondurre gran parte del proprium degli eccessi ideologico-rivoluzionari esattamente alla rottura di questa congiunzione. Questa relazione, già patrimonio della tradizione classica e cristiana, viene difesa e promossa da Kirk con equilibrio, prudenza e conoscenza della storia, contro gli avvocati radicali della libertà individualistica ed estrema, richiamando, con Isaiah Berlin[41], la distinzione fra libertà da e libertà per, a favore decisamente della seconda. La storia della libertà, nella relazione fra uomo e società, descritta dallo studioso nordamericano costituisce dunque anche la storia dell’autorità autentica e legittima che, nella famiglia, nelle gilde, nelle corporazioni, nelle associazioni volontarie, nelle comunità locali, nella Chiesa e ultimamente nello stato temperato e soggetto al diritto (positivo e naturale) trova un valido aiuto sussidiario per la pratica non intellettualistica, non volontaristica e non utopistica della virtù pubblica, dunque per la costruzione positiva del bene comune. Egli utilizza sovente un’espressione paolina, ripresa anche dal cardinale John Henry Newman, laddove Roma (che in Kirk sovente trascende la connotazione storica precisa, per simboleggiare appunto il concetto e la realtà dell’autorità legittima, senza che peraltro l’espressione perda il suo forte e intrinseco riferimento religioso-sacrale) è il potere che raffrena. La storia della relazione essenziale fra “uomo interiore” e “uomo esteriore” configura però anche l’osservazione critica e sagace dell’alternanza e della lotta — di non casuale tono agostiniano — fra «perdita dell’ordine» e «recupero dell’ordine»[42]. Nell’opera di Kirk non esistono facili illusioni: la storia è certo maestra di vita, ma soprattutto in quanto narratrice dell’esperienza d’ordine umana, fra affermazione e negazione. Partendo da questa constatazione realistica (che permette di evitare facili riduzionismi o esaltazioni fuorvianti), si hanno dunque a propria disposizione gli strumenti critici per apprendere dal passato in maniera pregnante e significativa. La tematica dell’ordine ricorre più volte negli autori conservatori statunitensi, costituendo anzi (implicitamente o esplicitamente) il nucleo più distintivo, caratteristico e rilevante del contributo filosofico-culturale offerto da tale movimento di pensiero. Per certi versi, il conservatorismo culturale angloamericano moderno potrebbe quasi essere definito esattamente nei termini di un’intensa “ricerca dell’ordine” e come assai pertinente “ricerca dell’equilibrio fra ordine interiore e ordine esteriore”. Vengono alla mente nomi come quelli, per rimanere in questo secolo, di Richard M. Weaver, o di Gerhart Niemeyer, o di Eric Voegelin, o di Flannery O'Connor, o della comunità umana e intellettuale degli “agrari sudisti”come Allen Tate, Donald Davidson, Robert Penn Warren e Andrew N. Lytle.
Il tentativo complessivo di Kirk, però, è quello di dipingere un grandioso affresco d’insieme che contribuisca alla definizione di quella Grande Tradizione a cui il conservatorismo fa riferimento continuo. Il metodo kirkiano è quello — molto da Medioevo inglese — di presentare una galleria di personaggi rappresentativi (importanti in quanto tali, ma anche in quanto “emblemi” e “ricettacoli” come lo è Burke) e di fatti significativi all’interno di una colossale narrazione che abbraccia il corso di diversi millenni, ovvero una tipologia umana e storica che dalla morale personale — nel bene e nel male — costruisce sempre una morale sociale. «È nota la citatissima formula di Platone — scriveva Voegelin —: la polis è come un individuo in grande. In questa formula si può compendiare il credo della nuova epoca. [...] Una società politica dev’essere, sul piano esistenziale, un cosmion ordinato, ma non a prezzo dell’uomo: essa non deve essere soltanto un microcosmos ma anche un macroanthropos»[43]. Nell’affresco kirkiano, dunque, i tipi umani divengono i testimoni diretti della concretezza normativa e paradigmatica della storia, dove il bene e il male si combattono e si alternano “agostinianamente”: l’autore, infatti, rifiuta certe formule semplicistiche di progresso o di regresso lineari della storia, e tanto più le tautologie circolari da “eterno ritorno”, proponendo contra l’idea dell’avanzamento verso una meta teleologica che registra cadute e trionfi. La scelta di selezionare campioni e modelli racchiude, del resto, un evidente intento pedagogico che non può non suggerire un richiamo a una versione propria e particolare del “correlativo oggettivo” eliotiano (la scelta di quel particolare, che al lettore è familiare, per simboleggiare una realtà universale) e, per questo tramite, all’incommensurabile patrimonio di tipi umani delle tre cantiche dantesche. Questo approccio alla realtà storica, del resto, esemplifica ancora una volta e concretamente il metodo intuitivo-sapienziale kirkiano che ha più di una consonanza — anche nello stile letterario, a volte epigrafico, proverbiale, suggestivo, allusivo — con la pagina biblica.
Un altro aspetto dell’opera merita qualche considerazione: la Riforma protestante. Per una corretta comprensione delle pagine kirkiane nel loro insieme non si deve dimenticare che l’autore — cattolico — si rivolge in primis a lettori completamente immersi nella realtà religiosa composita dell’America Settentrionale. In quest’ottica, senza dimenticare la rottura dell’ordine medioevale introdotta da Martin Lutero, lo sforzo dello studioso si concentra nel tentativo di ricostruire al meglio il filo rosso della continuità culturale con il passato che — fra Scilla e Cariddi — permane anche dopo la Riforma, a certe condizioni, fatte salve talune premesse e in alcuni aspetti del mondo nato con il Cinquecento. Analogo discorso, al di fuori dell’ambito strettamente ecclesiatico-teologico, può essere fatto per la filosofia dei due secoli precedenti. Nel suo pensiero, così — che per certi versi può essere considerato come il proprium del pensiero angloamericano conservatore — risultano compresenti una certa lettura della rivolta protestantica (un “Medioevo senza Chiesa” — tristemente senza Chiesa, o meglio privo di gerarchia — che si ribella alla cultura umanistico-rinascimentale, la quale in seguito si emanciperà dal cattolicesimo e poi dal cristianesimo tout court, fatta propria — ancora: tristemente — anche da ampi settori della cultura cattolica e della struttura ecclesiastica), un apprezzamento della Cristianità barocca (per quel che “barocco” può significare nel contesto anglosassone, ossia più come espressione cronologica che voglia positivamente e coscientemente evitare l’uso dell’ambigua espressione “modernità”), la considerazione dello sviluppo culturale e religioso occidentale nel senso di un continuum, nonché la preminenza, rispetto ad altre considerazioni, della radicale opposizione che divide i credenti dagli ideologi. Una visione, dunque, che se non appiana affatto certe problematiche del tutto vive e rilevanti (la questione protestante, anzitutto), offre però — anche e soprattutto — importanti elementi per evitare ogni fraintendimento superficiale. Il discorso kirkiano, peraltro, presenta un’attualità straordinaria, non solo nordamericana, soprattutto per quanto riguarda l’opportunità d'un fronte comune fecondo e non falsamente irenistico, né tantomeno svilente dal punto di vista delle identità teologico-culturali, di coloro che “sono di Cristo” (secondo il senso etimologico ed evangelico della definizione di christianus). Si tratta di una realtà che in America, pur fra mille difficoltà e incomprensioni, esiste da decenni e che unisce i conservatori (al di là delle loro appartenenze confessionali, ma affatto in spregio a esse) in una «buona battaglia» culturale che, fondandosi (come ha notato Voegelin) innanzitutto sulla filosofia del senso comune, cerca di opporsi alla “via americana” al gramscismo e al debolismo, ovvero all’accerchiamento culturale promosso dalle ideologie e al loro esito relativistico-nichilistico. La lettura delle pagine kirkiane, dunque, può essere efficacemente accompagnata dalla costante considerazione del fatto che «non mancano storici che considerano il mondo anglicano irriducibile al protestantesimo» e che «preferirebbero farne un terzo genere, intermedio fra il mondo cattolico e quello protestante»[44]; e che molti cristiani riformati, ieri come oggi, interpretano almeno la rivolta di Martin Lutero come una «protesta contro l’Umanesimo e la sua penetrazione nella Chiesa di Roma»[45]. Tutto ciò, ancora una volta, non risolve semplicisticamente nulla, né acquieta problemi enormi fingendo che non esistano (afferma Massimo Introvigne: «Nello stesso tempo — spesso contro le intenzioni originarie dei riformatori —, attraverso le divisioni che la prima Riforma crea, acquista ulteriore impulso il processo centrifugo e di rottura dell’unità dell’Occidente avviato dall’Umanesimo»[46]), ma certo aiuta a comprendere meglio la prospettiva kirkiana e, sulla sua scorta, una realtà — quella nordamericana — tanto complessa, articolata e a volte contraddittoria, quanto ricca e decisamente significativa.
La costruzione kirkiana, infine, offre un ultimo grande spunto di riflessione, degno peraltro di ulteriori specifici approfondimenti. La Grande Tradizione — uno dei concetti fondamentali del pensiero kirkiano in specie e conservatore anglosassone/nordamericano in genere — è quanto, secondo i conservatori “tradizionalisti”, sta alla base dell’identità nazionale e culturale nordamericana. La prefigurazione della nascita degli Stati Uniti il 4 luglio 1776, dunque, contrariamente a quanto afferma un certa linea interpretativa illuministico-liberale, assai diffusa ampiamente anche in Europa, non è affatto una sorta di “grande premonizione” della Rivoluzione di Francia, e anzi si fonda su basi esattamente antitetiche. Nella misura in cui, l’America Settentrionale britannica ritiene un forte collegamento con il passato, rifiutando di rompere frontalmente con esso, e nella misura in cui pone le proprie radici prossime (da cui non vanno separate quelle remote) nel periodo chiaroscuro di gestazione della Modernità, essa non può essere interamente definita nei termini politico-culturali-istituzionali nati con l’ideologia del 1789 francese.
«Nel settembre 1748 esce a Ginevra l’Esprit de lois di Charles de Secondat barone di Montesquieu — afferma uno studio incentrato sul problema della democrazia —; l’autore nel capitolo primo del libro secondo afferma: “Esistono tre forme di governi: il repubblicano, il monarchico e il dispotico; il governo repubblicano è quello nel quale il popolo tutto, o almeno una parte di esso, detiene il potere supremo; il monarchico è quello nel quale uno solo governa, ma secondo leggi fisse e stabilite; nel governo dispotico, invece, uno solo, senza né leggi, né freni, trascina tutto o tutti dietro la sua volontà ed i suoi capricci”. Alla classica tripartizione aristotelica delle forme di governo fondata sul principio quantitativo (tutti, pochi, uno), Montesquieu contrappone una diversa tripartizione fondata sul principio qualitativo; non è tanto importante sapere se il potere sia nelle mani di uno (monarchia), di pochi (aristocrazia), di tutti (democrazia), ma come il potere è esercitato dal governo; si può andare verso il dispotismo di uno solo o verso il dispotismo di tutti»[47]. L’importanza di Montesquieu (un altro “emblema”) nel retroterra culturale statunitense viene accreditata esplicitamente in diversi scritti kirkiani, e le brevi righe testé riportate possono contribuire a non sopire la vigilanza culturale necessaria relativa alla vexata quaestio della democrazia, magna pars nei discorsi riguardanti gli Stati Uniti sebbene spesso in maniera distorta. Le pagine di Kirk, dal canto loro, aiutano a dismettere certi stereotipi interpretativi troppo poco seriamente vagliati e ad assumere un atteggiamento critico assai più costruttivo e molto più esaustivo della realtà storica. Mentre a Parigi scoppiava la Rivoluzione, in America veniva adottata la «costituzione conservatrice»[48]. Secondo il principio del diritto di resistenza, per Kirk, la “rivoluzione americana” rappresenta la continuità culturale anche al prezzo della rottura istituzionale, giacché la prima è più importante della seconda. Per il pensatore statunitense, l’America vera si riallaccia dunque al pre-1789 e si inserisce, continuandola, nella “grande tradizione” occidentale, fatta di tematiche e di princìpi classici e cristiani. Evidentemente, quella kirkiana non è l’unica lettura possibile del fenomeno americano (anzi, solitamente, alle nostre latitudini questa la più ignorata) e all’interno della stessa Destra culturale americana, si sono registrate e si registrano voci discordi e scuole di pensiero diverse. L’accuratezza della ricostruzione storico-filosofica delle radici americane operata dallo scomparso storico delle idee, del resto, è da verificare. Ossia, essa si presenta come ottima pista di ricerca, ma doverosamente da passare al vaglio della critica. Resta un punto comunque rilevantissimo. La presentazione dell’America di Kirk (e della sua scuola di pensiero), qualunque sia il responso del vaglio critico della ricostruzione storico-filosofico (che comunque, anche d’acchito, presenta moltissimi elementi di veridicità mai messi in luce, almeno da noi), rivela un valore difficilmente sottovalutabile. Essa illustra un mondo culturale l’autocoscienza e l’autopresentazione dell’identità del quale sono incentrate proprio sulla ricostruzione storico-filosofica di tipo kirkiano. Si tratta di un dato scientifico rilevantissimo. Non solo per la storia del costume, della mentalità e delle idee; ma anche quale elemento di critica della Modernità, intesa in senso filosofico-teologico-politico. Non fosse altro, tale ricostruzione invita ad accantonare stereotipi interpretativi fin troppo consueti, al fine di prendere in considerazione una pluralità di fattori assai più ampia. Dunque, richiama al realismo e all’onestà intellettuale. Sempre tenendo presente la questione del vaglio critico di tale ricostruzione dell’identità culturale del settentrione del Nuovo Mondo, non si può certo negare che, qualora la si accetti serenamente come ipotesi di lavoro, essa rende di fatto maggiormente e più precisamente conto della realtà nordamericana stessa. Per esempio, il suo sviluppo de facto diverso, se non positivamente alternativo, a quanto si sviluppa invece nell’Europa continentale dal 1789 in poi, attraverso l’età delle ideologie. Detto questo, è certamente possibile affermare che la ricostruzione storico-filosofica di tipo kirkiano — che ho definito autocoscienza e autopresentazione di un intera corrente di pensiero nordamericana (la quale ha la grandiosa pretesa di porsi come quella autenticamente nordamericana) — porti con sé, frammisti a elementi fattuali, una serie non piccola di desiderata, nonché una progettualità tesa più al futuro che al passato. Ma ciò non costituisce diminuzione, né estromette automaticamente dal campo dell’indagine scientifica. Ossia, sempre tenendo presente le categorie dell’autocoscienza e dell’autopresentazione come chiave per bene intendere ricostruzioni storico-filofiche di questo tipo (che mi paiono importantissime), non è affatto scontato che quante ho chiamato desiderata e progettualità non costituiscano elemento di scientificità. Esse offrono, al contrario, uno strumento interpretativo e critico utile per seguire e rintracciare la genealogia storico-filosofico nordamericana di tipo kirkiano come distinta da altre, fra cui quelle che ci sono consuete, ispirate a interpretazioni illuministiche e a variazioni sul tema. In Kirk, l’influenza temperante della via media della grande tradizione classico-cristiana (da Aristotele a Richard Hooker, fino a Edmund Burke) è lo strumento capace di smorzare ideologismi forti e deboli. Secondo la sua ricostruzione storico-filosofica, è questa via media che costituisce l’autentica identità culturale della nazione statunitense. «Soltanto con il loro continuo riferimento alle istituzioni della madrepatria — ha scritto acutamente il giornalista Andrea Morigi, recensendo Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo —, le Colonie inglesi in America riusciranno a temperare anche le dottrine dei gruppi religiosi più radicalmente evangelici o, sul versante opposto, di John Locke e più tardi dei deisti del Settecento. Kirk insiste spesso sulla funzione avuta dalla tradizione cristiana, affermando l’efficacia della “via media” (che egli descrive un continuum che da Aristotele giunge al pensiero medioevale inglese), sia nell’evitare fughe fondamentaliste sia nel rinnovare la struttura sociale con uno spirito di autonomia, la quale favorisce la nascita di forme giuridiche e rappresentative ispirate al passato, ma adeguate alla nuova realtà. Il mondo delle Colonie inglesi ci viene descritto come un tentativo di dar vita a una società gerarchica anche in assenza di una nobiltà nominata da un re, ma fornita di tutte le caratteristiche di virtuosità e di autorevolezza necessarie a un’élite destinata a governare, un elemento, questo, magnificamente colto — sia detto di passaggio — da Plinio Corrêa de Oliveira in un’appendice all’edizione statunitense della sua opera sulla nobiltà»[49].
Secondo un’ottica di sequela della Grande Tradizione intesa anche come «tradizione purificata», Kirk conta sul passato per costruire il futuro. La sua preoccupazione è, infatti, tutta protesa (secondo un’espressione desunta da T.S. Eliot) alla rising generation, alle generazioni di domani. «Ideologia — scriveva Eric Voegelin nel 1956 — è l’esistenza in ribellione contro Dio e contro l’uomo. È la violazione del Primo e Decimo Comandamento, se vogliamo usare il linguaggio dell’ordine israelitico; è il nosos, la malattia dello spirito, se vogliamo usare il linguaggio di Eschilo e Platone. La filosofia è l’amore dell’essere attraverso l’amore dell’Essere divino come sorgente del suo ordine»[50]. P[A(pga1]adre Agostino Gemelli, francescano, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sosteneva che la filosofia è tutto. Per questa ragione, Kirk sottolineava continuamente che il conservatorismo non è affatto un’ideologia, ma il contrario stesso dell’ideologia. Delle ideologie vecchie e nuove, si potrebbe dire; deboli e forti. È sempre Voegelin ad affermare che «l’ordine della storia emerge dalla storia dell’ordine»[51]. E Kirk, componendo, con le sue opere, una grande “epica” di fondazione per il suo paese, si comporta esattamente — mutatis mutandis — come qualsiasi cantore dell’antichità del proprio popolo. Un’epica di fondazione dell’America, quella di Kirk, che, nella formulazione della ricostruzione storico-filosofica kirkiana, diviene molto familiare, perché albero che nasce da radici che ben conosciamo. Le radici dell’ordine americano, allora, sono le radici di quell’ordine europeo, di quell’ordine tout court, dal quale si viene separati arbitrariamente dall’orizzonte della rivoluzione ideologica. L’America Settentrionale di Russell Kirk è, dunque, un “Nuovo Mondo” davvero antico — un mondo allora non più ideologicamente e rivoluzionariamente “nuovo” perché spregiatore del passato, ma semplicemente teso a “provare” il Vecchio Mondo “di nuovo”. Di fronte alle evidenti conseguenze della grave separazione fra uomo e ordine introdotta dalla Rivoluzione, s’impone davvero la necessità di ricostruzioni di tale dimensione anzitutto metafisica, non solo, ma anche, come quella di Kirk.
I rivoluzionari sono ancora fra di noi, anche se le loro strategie sono oggi più sottili. Nonostante la spaventosa carneficina provocata dall’ideologia marxista-leninista e dallo statalismo sfrenato che essa scatenò, gli intellettuali di sinistra delle nostre università hanno continuato la loro marcia gramsciana attraverso le istituzioni culturali. La minaccia ideologica più recente è il multiculturalismo, un attacco mal dissimulato al pensiero e alle idee occidentali. La nuova ideologia, del tutto estranea alla nostra storia comune, ha messo profonde radici non solo negli ambiti accademici, ma anche nei mezzi di comunicazione e nella cultura popolare. [...] Su molti punti Russell Kirk dissente dalla concezione convenzionale della storia intellettuale dell’America. Scostandosi dall’opinione prevalente, è meno disposto, per esempio, a far credito a Locke e a Hobbes delle basi su cui si fonda questo edificio intellettuale, mentre rivaluta i contributi ebraici e cristiani. Giudica la guerra d’Indipendenza americana come l’affermarsi di un ordine già esistente, e non come il rovesciamento di un ordine costituito, frutto di una spinta rivoluzionaria. Diversamente da molti intellettuali, le sue simpatie non vanno all’egualitarismo e alla democrazia maggioritaria, ma alla democrazia limitata; ed egli mostra come la lenta maturazione del gentiluomo americano abbia condotto all'insistenza sui limiti da porre al governo democratico per evitare che si trasformi in governo della plebaglia. Che dire dell’epoca attuale? Il nostro ordine, dalle origini tanto antiche, corre il pericolo di incrinarsi? Kirk ci ricorda che «la storia della maggior parte delle società è una registrazione di sforzi dolorosi, di brevi successi (quando ci sono) e poi di decadenza e di rovina». Non abbiamo alcuna garanzia del fatto che l’America sia stata designata dalla Provvidenza per tenere alta la tradizione attraverso i secoli. Per conservare la nostra condizione non abbiamo bisogno di un’altra rivoluzione, ma di un rinvigorimento della tradizione. Dobbiamo astenerci dal gettarci freneticamente nelle nuove mode intellettuali e politiche ed evitare l’ideologia — che per Kirk corrisponde all'essere servi di dogmi politici e di idee astratte, non fondati sull’esperienza storica — per abbracciare la filosofia e la storia intellettuale. Dobbiamo respingere l’utopismo millenaristico, quella forza insidiosa che da tempo immemorabile tenta l’uomo spingendolo a scambiare ciò che è giusto e buono con un futuro incerto e sradicato. Faremmo meglio insomma a prenderci un po’ di tempo (sempre che ci riesca di trovarlo, fra elezioni e mezzi di comunicazione che alimentano la frenesia generale) per lasciarci ammaestrare dalla saggezza delle epoche storiche.[52]
È questa l’autopresentazione e l’autocoscienza di gran parte del mondo nordamericano, rappresentata al meglio dalla cultura conservatrice “tradizionalista”, di cui Russell Kirk è stato ed è indubbio maestro, che per molti versi suona come una sfida ai luoghi comuni, ai riduzionismi, alle facili interpretazioni preconcette rispetto a un mondo tanto vasto quanto sconosciuto, alla Rivoluzione imperante soprattutto dal punto di vista culturale in tempi magmatici, caotici e gravidi di “nuovo umanesimo” come quelli dell’ultimo scorcio del secolo XX.
Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo — un esempio concreto dell’epica di fondazione conservatrice dell’America Settentrionale del conservatorismo statunitense in genere e di Russell Kirk in specie — si conclude — ritengo non a caso — con la considerazione della figura e dell’opera di Orestes A. Brownson, ovvero di un pensatore dell’Ottocento nordamericano che, dopo aver frequentato in prima persona quasi tutti i tipi di ambienti religiosi e ideologici del suo tempo, finirà per convertirsi al cattolicesimo, offrendo dunque una lettura dell’esperienza statunitense non facile da ignorare e valutazioni sul principi generatore delle costituzioni umane analoghe a quelle proposte da Joseph de Maistre. Questo autore — uno dei maestri del pensiero di Kirk, che pure si è segnalato come uno dei suoi più significativi riscopritori in questo secolo, dopo decenni di oblio — sembra esemplificare con la sua stessa esistenza le parole delle Confessioni di sant’Agostino d’Ippona: cor nostrum est inquietum donec requiescat in te. Egli, del resto, simboleggia efficacemente (un ennesimo “emblema”) i desiderata che forse anche inconsciamente il conservatorismo nutre per l’America Settentrionale. L’inquietudine di sant’Agostino e di Brownson sono forse anche quelle degli Stati Uniti d’America — e forse la pace dei due grandi autori cattolici è la meta che la nazione nordamericana deve trovare. «Viviamo nel mezzo di una rivoluzione diretta a distruggere la civiltà occidentale — ha scritto Frank S. Meyer, un conservatore statunitense in ultimo convertitosi al cattolicesimo —. Per definizione, i conservatori sono i difensori di quella civiltà; e in un’epoca rivoluzionaria ciò significa che essi sono, e debbono essere, controrivoluzionari»[53].
Di Marco Respinti, pubblicato nell’opuscolo “Conservazione” a cura dell’associazione culturale Atlantide.
[1] Cfr. Russell Kirk, Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo, con un epilogo di Frank J. Shakespeare Jr., trad. it. a cura di Marco Respinti, Mondadori, Milano 1996. [2] Sebbene anche in occasione di precedenti traduzioni di testi brevi o di opuscoli kirkiani mi sia capitato di redigere introduzioni, il riferimento maggiore è alla mia Introduzione a R. Kirk, op. cit., pp. V-XXIII. [3] T. Kenneth Cribb, Jr., comunicazione all’autore, Milano, 29 aprile 1996. [4] Cfr. R. Kirk, The American Cause, 2a ed. con una premessa di John Dos Passos, Henry Regnery Company, Chicago 1966 e The Roots of American Order, 3a ed. riv., con un epilogo di Frank J. Shakespeare Jr., Regnery Gateway, Washington (D.C.) 1991. Il primo testo costituisce un’edizione speciale di The American Cause pubblicata per la Constructive Action, di Whittier in California, un’organizzazione non-profit fondata nel marzo 1963 «allo scopo di offrire agli americani materiale informativo e formativo sulla natura e sui valori della società libera, e sull’eredità culturale che l’America ha avuto in legato») (The American Cause, 2a ed., p. IV). Il secondo testo costituisce l’edizione statunitense di The Roots of American Order su cui è stata condotta la traduzione italiana per la pubblicazione di Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo, cit. Frank Joseph Shakespeare, Jr. è nato New York nel 1925. Già attivo nel campo dell’informazione per la rete televisiva CBS, è stato nominato nel 1969 direttore della United States Information Agency (USIA) di Washington dal presidente Richard M. Nixon, di cui dal 1968 era stato il più importante consigliere (non retribuito) per il settore televisivo. Nel 1973, Shakespeare lascia la direzione dell’USIA; sulla scena politica pubblica ritorna nel 1985, durante la seconda amministrazione Reagan, in qualità di ambasciatore degli Stati Uniti in Portogallo fino al 1987. Dal 1987 al 1989 ricopre la carica di ambasciatore americano presso la Santa Sede. Dal 1975 al 1985, Shakespeare è stato chairman di The Heritage Foundation, di Washington, della quale, nel 1989, ha assunto la direzione. Dal 1976 al 1985 ha ricoperto la carica di chairman di Radio Free Europe/Radio Liberty e nel 1989 ha assunto la direzione della Bradley Foundation. [5] Kirk ha disseminato molte sue opere con dati e ampi spunti biografici, sempre occasione di riflessioni e di considerazioni di vasto respiro. Le fonti autobiografice principali, comunque, restano Confessions of a Bohemian Tory: Episodes and Reflections of a Vagrant Career, Fleet, New York 1963 e The Sword of Imagination: Memoirs of a Half-Century of Literary Conflict, Eerdmans, Grand Rapids (Michigan) 1995. Fra i molti testi di riferimento utili per inquadrare la figura di Kirk nel panorama culturale e politico statunitense del secondo dopoguerra, uno dei principali è George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945, 2a ed. accresciuta, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington (Delaware) 1996. [6] Scrive Kirk — tra l’altro citando indirettamente nella chiusa del passo una delle espressioni di Thomas S. Eliot che egli preferiva — nella caratteristica “terza persona” usata nei testi autobiografici: «Se ne sono andati ora — ognuno di loro, ogni uomo e ogni donna —, quei Pierce e quei Johnson di una generazione più vecchi di Russell Kirk. Quanto di più avrebbe dovuto dir loro, mentre ve ne era il tempo! Ma il ragazzo era timido e teneva per sé i suoi pensieri. Essi gli perdonarono molto. Quantunque rimanesse riservato, era grato, nel suo profondo intimo, agli antenati defunti e alla famiglia vivente: sapeva che sarebbe stato nulla senza di loro. Davvero le comunicazioni dei defunti sopravanzano il linguaggio dei vivi» (The Sword of Imagination: Memoirs of a Half-Century of Literary Conflict, cit., p. 23.) [7] Cfr. R. Kirk, Randolph of Roanoke: A Study in Conservative Thought, The University of Chicago Press, Chicago 1951. Il testo è stato poi ripubblicato tre volte come John Randolph of Roanoke: a Study in American Politics, with Selected Speeches and Letters, 2a ed. riveduta e accresciuta, Regnery, Chicago 1964; 3a ed. riveduta e accresciuta, Liberty Fund, Indianapolis 1978; e 4a ed. riveduta, Liberty Fund, Indianapolis 1997. [8] Di questo autore, in lingua italiana, cfr. Albert Jay Nock, Il nostro Nemico, lo Stato (1935), trad. it. a cura di Luigi Marco Bassani, Liberilibri, Macerata 1994. [9] Cfr. Clive Staples Lewis, Sorpreso dalla gioia. I primi anni della mia vita, trad. it. Jaca Book, Milano 1981, p. 166: «Durante il trimestre della Trinità del 1929 mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai a pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante d’Inghilterra». [10] Cfr. D’Arcy Thompson, St. Andrews, in Science and the Classics, Oxford University Press, Oxford 1940. Quest’autore era docente di Scienze naturali in quella stessa università scozzese. [11] Cfr. R. Kirk, St. Andrews, B. T. Batsford, Londra 1954. [12] Cfr. Idem, The Conservative Mind: From Burke to Santayana, Regnery, Chicago 1953. [13] Annette Y. Kirk, comunicazione all’autore, Petarsky (Michigan), agosto 1992. [14] Come spunto, cfr. la mia recensione a John H. Hallowell, Il fondamento morale della democrazia, trad. it. a cura di Marina Sallusti, con una presentazione di Giuseppe Buttà, Giuffrè, Milano 1995, in Studi Cattolici, anno XL, n. 425-426, luglio-agosto 1996, p. 569. [15] Oltre all’opera di George H. Nash citata supra, nota 5, cfr. specificamente N. Alan Cornett, The Rise of the Modern American Conservative Movement: William F. Buckley, Jr. and Russell Kirk, 1951-1955, A Senior Thesis Submitted to The Gaines Center for the Humanities, University of Kentucky, Lexington (Kentucky) 1992. [16] Cfr., per esempio, William A. Rusher, The Rise of the Right, William Morrow and Company, New York 1984, pp. 28-31 e Henry Regnery, The Making of «The Conservative Mind», saggio premesso a R. Kirk, The Conservative Mind: From Burke to Eliot, 7a ed., Regnery Publishing, Washington 1993, p. I, che lo ha descritto come capace di offrire al conservatorismo il suo «necessario concetto unificatore», un’espressione fra le poche di commento riportate anche nell’opuscolo d’intento educativo di Jeffrey O. Nelson, Ten Books That Schaped America’s Conservative Renaissance, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington s.d. (ma 1996), p. 19; trad. it., Pensiero forte Usa, in Percorsi di politica, cultura, economia, anno I, n. 1, dicembre 1997, p. 54. [17] Storica è l’ampia recensione dedicata a quest’opera dal non conservatore Time, intitolata Generation to Generation (6-7-1953, pp. 88 e 90-92, non firmata ma redatta da Max Ways), nel numero dedicato al “4 luglio”, giorno dell’indipendenza nazionale, con il ritratto di George Washington in copertina. Riferendosi a questa recensione — che Henry Regnery accredita all’interessamento di Whittaker Chambers (cfr. The Making of «The Conservative Mind», cit., pp. VII-VIII) — Kirk ha più volte ironicamente affermato di “dovere” la propria carriera e la propria fama ai liberal. [18] Cfr. R. Kirk, The Conservative Mind: From Burke to Santayana, 2a ed. riveduta, Regnery, Chicago 1954 e The Conservative Mind, Faber and Faber, Londra 1954. [19] Sul “Russell Kirk italiano” e sulla sua “scoperta” nel nostro paese, ma anche sull’oblio della sua figura, cfr. Marco Respinti, Un autore da scoprire, intervista a cura di Andrea Morigi, in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, 7-2-1997. [20] Cfr. R. Kirk, C’è una lunga, lunga strada tortuosa, in David G. Hartwell (a cura di), Il colore del male, trad. it. Armenia, Milano 1989, pp. 58-80. [21] Cfr. R. Kirk, Old House of Fear, 2a ed. riveduta, Fleet, New York 1965 (1a ed. 1961); The Surly Sullen Bell: Ten Stories and Sketches, Uncanny or Unconfortable, with a Note on the Ghostly Tale, Fleet, New York 1965; A Creature of the Twilight. His Memorials, Fleet, New York 1966; The Princess of All Lands, Arkham House, Sauk City (Wisconsin) 1979; Watchers at the Strait Gate, Arkham House, Sauk City 1984; Lord of the Hollow Dark, 2a ed. Christendom Press, Front Royal (Virginia) 1989 (1a ed. 1979). [22] Cfr. Idem, Prospects for Conservatives, 4a ed. riv., Regnery Gateway, Washington 1989 (1a ed. 1954); Beyond the Dream of Avarice: Essays of a Social Critic, 2a ed. riv., Sherwood Sugden & Co., Peru (Illinois) 1991 (1a ed. 1956); The American Cause, Henry Regnery Company, Chicago 1957, reprint Greenwood Press, Westport (Connecticut) 1975, 2a ed. cit.; Confessions of a Bohemian Tory: Episodes and Reflections of a Vagrant Career, cit.; e The Intemperate Professor, and Other Cultural Splenetics, 2a ed. riv., Sherwood Sugden & Co., Peru 1988 (1a ed. 1965). Le considerazioni riportate nel testo a proposito di The American Cause compaiono in Idem, The Sword of Imagination: Memoirs of A Half-Century of Literary Conflict, cit., pp. 189-190. Il giudizio sul saggio Cultural Debris: A Mordant Last Word (che nella 2a ed. riv. di The Intemperate Professor, and Other Cultural Splenetics, cit., occupa le pp. 140-143) è di Matthew Davis, già assistente di Kirk, in The Youthful Writings of Russell Kirk, in The University Bookman, anno 34, n. 2, 1994, pp. 21-2. Lo stesso Kirk ha inserito questo pezzo nell’antologia del pensiero conservatore angloamericano da lui curata, The Portable Conservative Reader, 2a ed., Viking Penguin, NewYork 1996, pp. 705-9 (1a ed. 1984). [23] Cfr. R. Kirk, Edmund Burke: A Genius Reconsidered, 3a ed. riv. e aggiornata, con una premessa di Roger Scruton, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington 1997 (1a ed. 1967 e 2a ed. 1988) ed Eliot and His Age: T.S. Eliot’s Moral Imagination in the Twentieth Century, 2a ed. riv., Sherwood Sugden & Co., Peru 1984 (1a ed. 1971). [24] Su questa iniziale evoluzione del pensiero kirkiano, soprattutto per ciò che concerne il significato della libertà umana, i suoi fini e il suo rapporto con l’autorità e con la tradizione, cfr. Brian S. Brown, The Conservative Mind of Russell Kirk: An Intellectual Biography, A Senior Thesis Submitted to the Whittier Scholars Program, Whittier College, Whittier (California) 1996. Assai utili sono le considerazioni svolte da Kirk nell’introduzione premessa a A. J. Nock, Mr. Jefferson (1926), con una prefazione di Edmund A. Opitz, Hallberg, Delavan (Wisconsin) 1983, pp. XIII-XX, soprattutto se comparate con uno dei primi scritti kirkiani, Jefferson and the Faithless, in The South Atlantic Quarterly, anno 40, luglio 1941, pp. 220-27. [25] Cfr. R. Kirk, Enemies of the Permanent Things: Observations of Abnormity in Literature and Politics, 2 a ed. riv., Sherwood Sugden & Co., Peru 1984 (1 a ed. 1969). [26] Cfr. George A. Panichas, Russell Kirk as Man of Letters, in The Intercollegiate Review, anno 30, n.1, autunno 1994, pp. 9-17 (p. 17, A Bibliographical Note). [27] Cfr. R. Kirk, The Roots of American Order, 3a ed., cit.; The Conservative Constitution, Regnery Gateway, Washington 1990, poi ampliato in Rights and Duties: Reflections on Our Conservative Constitution, a cura di Mitchell S. Muncy, con una introduzione di Russell Hittinger, Spence Publishing Company, Dallas 1997; e America’s British Culture, Transaction, New Brunswick (New Jersey) 1993. [28] Cfr. R. Kirk, Academic Freedom: An Essay in Definition, Henry Regnery Company, Chicago 1955, reprint Greenwood Press, Westport 1977; Decadence and Renewal in Higher Learning: An Episodic History of American University and College Since 1953, Gateway, South Bend (Indiana) 1978; ed Economics: Work and Prosperity, A Beka Book, Pensacola (Florida) 1989, accompagnato da una Teacher’s Guide. [29] Cfr. James McClellan e R. Kirk, The Political Principles of Robert A. Taft, Fleet, New York 1967. [30] Cfr. R. Kirk, The Sword of Imagination: Memoirs of a Half-Century of Literary Conflict, cit., e James E. Person, Jr. (a cura di), The Unbought Grace of Life: Essays in Honor of Russell Kirk, Sherwood Sugden & Co., Peru 1994. Nell’autunno del 1999, Person pubblicherà il primo volume di critica interamente dedicato a Kirk. [31] Cfr. R. Kirk, The Conservative Mind: From Burke to Eliot, 7a ed. riv. e accresciuta, con il saggio The Making of «The Conservative Mind» di Henry Regnery, Regnery Publishing, Washington 1993. [32] Cfr. R. Kirk, The Conservative Mind: From Burke to Eliot, 7a ed. cit., pp. 8-9. William C. Dennis rileva opportunamente come dalla 6a edizione del volume (pubblicata nel 1978) il primo “canone” subisca una modifica rispetto alla formulazione originaria, che suonava: «fede nel fatto che un proposito divino governi la società» (Louis Hartz, Clinton Rossiter, Russell Kirk and the Conservative Tradition in America: A Twenty-Five Year Retrospective View, Organization of American Historians, New Orleans (Louisiana), 13-4-1979, p. 1, dattiloscritto inedito, Kirk Papers, Mecosta, Michigan). [33] Cfr. la sezione intitolata La forma mentis del conservatorismo nella mia introduzione a R. Kirk, Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo, trad. it. cit., pp. XII-XVIII. In inglese, l’equivalente dell’espressione latina forma mentis, comunemente usata nella lingua italiana, è cast of mind. [34] L’espressione è stata originariamente usata da Kirk per descrivere tre figure fra loro diverse e simili: cfr. Three Pillars of Order: Burke, Johnson, Smith, in Reclaiming a Patrimony, The Heritage Lectures, n. 13, The Heritage Foundation, Washington 1982, pp. 13-24, ora come Three Pillars of Order: Edmund Burke, Samuel Johnson, and Adam Smith, in Redeeming the Time, a cura e con una introduzione di J.O. Nelson, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington 1996, pp. 254-270. [35] Cfr. P. J. Stanlis, Edmund Burke, the Perennial Political Philosopher, in George A. Panichas (a cura di), Modern Age: The First Twenty-Five Years. A Selection, Liberty Fund, Indianapolis 1988, p. 135-141. [36] Debbo quest’osservazione relativa a Gilbert K. Chesterton all’economista William F. Campbell — della Louisiana State University di Baton Rouge —, comunicazione all’autore, Mecosta, giugno 1996. [37] Edmund Burke descrive in questi termini uno dei principali scopi dell’ideologia illuministica: «Tutta la sovrastruttura di ideali fornita dal guardaroba dell’immaginazione morale appartenente al cuore e ratificata dall’intelletto, necessaria per coprire la nostra natura nuda e tremante in modo da farcene apprezzare la dignità a cui la eleva, deve essere distrutta come moda ridicola, assurda e antiquata» (Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia [1790], trad. it. a cura di M. Respinti, Ideazione, Roma 1998, p. 100). Moral Imagination è un’espressione burkeana divenuta — soprattutto nella “scuola” di pensiero kirkiana — quasi proverbiale. Ciononostante, benché ricorra spesso nei suoi scritti e pur occupando una posizione centrale nel suo pensiero, Kirk — in generale piuttosto refrattario a definizioni e a formule — non le ha mai dedicato ampie trattazioni. In Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo (cit., p. 124), lo storico delle idee statunitense afferma che «il diritto di natura è l’immaginazione morale»; altrove egli dice che «l’immaginazione morale è il bene principale che distingue l’uomo dalle bestie. Si tratta della capacità umana di percepire la virtù etica conforme al diritto nell’apparente confusione della molteplicità degli eventi. Senza l’immaginazione morale, l’uomo vivrebbe alla giornata, o piuttosto momento per momento come fanno i cani. Si tratta della straordinaria facoltà — inspiegabile se si presume che gli uomini abbiano solamente una natura animale — di discernere la grandezza, la giustizia e l’ordine, oltre gli ostacoli dei desideri e degli interessi individuali». Inoltre, essa «ci mostra ciò che dovremmo essere» (Enemies of the Permanent Things: Observations of Abnormity in Literature and Politics, 2a ed. riv. cit., p. 119). Tratta della questione W. Wesley McDonald, The Political Thought of Russell Kirk, M.A. Thesis, Bowling Green State University, Bowling Green (Ohio) 1969. [38] Cfr. John R. White, The Epistemology of Tradition, Mecosta 27-6-1996, in Cultural Decadence and Renewal, ISI Honors Program at Piety Hill, seminario organizzato da The Russell Kirk Center for Cultural Renewal e da The Intercollegiate Studies Institute, dattiloscritto inedito. [39] In Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira si domanda: «La Contro-Rivoluzione è conservatrice? In un certo senso, sì, e profondamente. In un altro senso, no, pure profondamente. Se, del presente, si tratta di conservare qualcosa che è buono e merita di vivere, la Contro-Rivoluzione è conservatrice. Ma se si tratta di perpetuare la situazione ibrida in cui ci troviamo, di arrestare il processo rivoluzionario in questa tappa, restando immobili come statue di sale, ai margini del cammino della storia e del tempo, avvinghiati a quanto vi è di buono e a quanto vi è di cattivo del nostro secolo, cercando così una coesistenza perpetua e armonica del bene e del male, la Contro-Rivoluzione non è né può essere conservatrice» (3a ed. it. accresciuta con un saggio di Giovanni Cantoni, Cristianità, Piacenza 1977, pp. 128-129). [40] John Engler, First Principles In the Public Arena, The Russell Kirk Memorial Lectures, The Heritage Lectures, n. 543, The Heritage Foundation, Washington 1995, p. 2. [41] Cfr. Isaiah Berlin, Four Essays on Liberty, Oxford University Press, Oxford 1969, in part. cap. 3, Two Concepts of Liberty, pp. 118-72. [42] The Loss of Order e The Recovery of Order sono espressioni mutuate dai titoli delle due parti di cui si compone la raccolta di saggi di Gerhart Niemeyer, Aftersight and Foresight: Selected Essays, con una premessa di William F. Buckley, Jr. e una introduzione di Michael Henry, Intercollegiate Studies Institute-University Press of America, Lanham (Mayland) 1988. [43] Eric Voegelin, La nuova scienza politica, trad. it. con un saggio introduttivo di Augusto del Noce su Eric Voegelin e la critica dell’idea di modernità, Borla, Torino 1968, p. 123. [44] Massimo Introvigne, Aspettando la Pentecoste. Il quarto ecumenismo. Intervista a Matteo Calisi e Giovanni Traettino, Edizioni Messaggero, Padova 1996, p. 17. Per un inquadramento generale della problematica, cfr. Idem, Le nuove religioni, SugarCo, Milano 1989, pt. 1 Gruppi di origine cristiana, cap. 1 La «Riforma radicale», pp. 29-60. [45] Idem, Aspettando la Pentecoste. Il quarto ecumenismo. Intervista a Matteo Calisi e Giovanni Traettino, cit., p. 17. [46] Ibidem. [47] Salvo Mastellone, Storia della democrazia in Europa. Da Montesquieu a Kelsen, UTET, Torino 1986, p. 3. Il riferimento citato è a Charles de Secondat barone di Montesquieu, Lo spirito delle leggi, trad. it. a cura di Sergio Cotta, UTET, Torino 1956, vol. I, p. 66. [48] Il riferimento è a R. Kirk, Rights and Duties: Reflections on Our Conservative Constitution, cit. [49]Andrea Morigi, Il buon conservatore, in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, del 7-2-1997. Il riferimento nel testo è a Plinio Côrrea de Oliveira, The United States: An Aristocratic Nation Within a Democratic State, in Idem, Nobility and Analogous Traditional Elites in the Allocutions of Pius XII. A Theme Illuminating American Social History, Hamilton Press, Lanham [Maryland] 1993, pp. 133-330. [50] E. Voegelin, Order and History. Vol. I, Israel and Revelation, Louisiana University Press, Baton Rouge 1957, p. XIV. [51] Ibid., p. IX. [52] Frank J. Shakespeare, Jr., Epilogo, in R. Kirk, Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo, trad. it. cit., pp. 505-506. [53] Frank S. Meyer, cit. in Jeffrey Hart, The American Dissent, Doubleday & Company, New York 1966, p. 214. Rispettivamente, le fonti degli esergo utilizzati in questo saggio sono: Clinton Rossiter, L’alba della Repubblica. Le origini della tradizione americana di libertà politica, trad. it. a cura di Cipriana Scelba, con una introduzione di Nicola Greco, Nistri-Lischi, Pisa 1963, p. 609; Lord John Emerich Edward Dalberg Acton, 1° barone Acton, cit. in R. Kirk, Acton on Revolution, con una premessa di Robert A. Sirico, csp e una introduzione di Dermot Quinn, Acton Institute for the Study of Religion and Liberty, Grand Rapids (Michigan), p. 4; Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, trad. it. in Scritti politici, a cura di Nicola Matteucci, vol. 2, UTET, Torino 1968, p. 365; e Lord J. E. E. D. Acton, 1° barone Acton, cit. in R. Kirk, Acton on Revolution, cit., p. 5. |
Gli autori
MASSIMARIO DEL PENSIERO CONSERVATORE
IDEOLOGIA:NEGAZIONE DI OGNI IDENTITA’
Manifesto delle identità e delle tradizioni
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