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I presupposti
della destra
1. Destra metafisica e destra
politica.
Il termine “destra”
nasce il 28 agosto 1789, durante la Rivoluzione francese, allorchè i
deputati dell’Assemblea nazionale costituente, favorevoli a concedere al
Re il diritto di veto sui lavori della stessa Assemblea, si collocano a
destra della presidenza e quelli contrari si collocano a sinistra.
Ogni opera diretta ad
indagare l’essenza della destra, normalmente, prende le mosse da quest’evento
storico.
Ma coniare un termine non
significa dare i natali ad un’idea. Infatti, ciò che oggi noi definiamo
come destra è qualcosa di preesistente alla Rivoluzione francese, si
tratta di un’idea antica quanto il mondo, di una visione che da sempre
sovrintende allo svolgimento della vita sociale.
Il 1789 non è l’anno di
fondazione della destra. Al più è l’anno in cui una visione del mondo si
è politicizzata.
Con la Rivoluzione
francese, infatti, ogni cosa è stata messa in discussione: i principi,
un tempo unanimemente accettati e praticati, che sino ad allora avevano
retto le sorti del mondo, sono stati contestati; tutto – dalla idea di
Stato, alla attribuzione della sovranità, alla stessa religione – è
stato fatto oggetto di scelta.
Nel momento in cui la
politica ha assunto la pretesa di determinare ogni aspetto
dell’esistenza, la destra è stata costretta a qualificarsi come soggetto
politico, ad abbassarsi, da concezione universalmente accettata, al
livello di proposta politica alternativa a quella dei rivoluzionari.
La destra si è svelata,
ma non è nata con la rivoluzione di Francia. La destra metafisica, si è
fatta anche destra politica, ma non per questo si è spogliata
dell’organicità ed universalità della sua posizione.
Quelle che, a partire
dalla Rivoluzione, sono chiamate destra e sinistra altro non sono che
due visioni del mondo. Le posizioni che esprimono le troviamo già nella
filosofia greca: Platone, con il suo organicismo, e Democrito, con la
sua filosofia atomistica, rappresentano l’esistenza di posizioni
inconciliabili ben prima dell’avvento della Rivoluzione.
La Rivoluzione francese
rompe l’omogeneità culturale che sino ad allora, anche se con alti e
bassi, caratterizzava il mondo.
Prima dell’89 non poteva
certo parlarsi di omologazione, tuttavia esisteva un corpus di
valori e principi indiscussi: la religione, la forma di Stato, la
strutturazione sociale, il costume, non erano oggetto di dibattito. Ogni
popolo aveva dei valori che condivideva, un patrimonio che accettava,
preservava e custodiva gelosamente. Con la Rivoluzione l’uomo si è
arrogato il diritto di compiere una scelta sui valori e suoi principi.
Quello che un tempo era accettato a priori, dopo l’89 andava ridiscusso
e, preferibilmente, rifiutato.
La politica, da scienza
di governo ed amministrazione quale era considerata, è divenuta momento
fondante dello Stato e della Società. Ha smesso di regolare i processi
di vita ed ha preso a regolare la nascita, la costituzione genetica e la
struttura degli organismi sociali.
Quelle che prima erano
idee generalmente diffuse, approvate e condivise, sono divenute – nel
mondo disegnato dalle rivoluzioni – posizioni di una parte.
L’idea metafisica
dell’uomo, della società e della trascendenza, per affermarsi si è
dovuta trasformare in proposta politica. La destra ha così iniziato a
lottare secondo le regole dei rivoluzionari, si è fatta partito, si è
strutturata, ha approfondito, definito e puntualizzato le proprie
posizioni, ma non ha mai smesso di volere un mondo diverso.
La destra oggi è una
parte politica.
Attenzione però, si
differenzia dalle altre fazioni politiche perchè essa non è la semplice
portatrice di un qualsiasi interesse sociale, ovvero la propugnatrice di
una qualche ideologia rivoluzionaria; la destra non esprime interessi e
ideologie, rappresenta valori e principi, esprime una visione del mondo.
Utilizzare gli strumenti
politici della modernità per affermare idee universali, e perciò
ultra-moderne (ovvero idee che prescindono dal concetto di modernità),
non significa negare, attraverso una scelta operativa, il presupposto
delle proprie azioni. Diversamente, significa combattere realisticamente
per un idea con i mezzi che si hanno a disposizione.
Insomma, l’azione
politica della destra non è una contraddizione, è una necessità.
La destra metafisica,
oggi, agisce attraverso la destra politica. Un partito politico che sia
autenticamente di destra non è nient’altro che la longa manus
della tradizione, lo strumento mediante il quale potrà realizzarsi una
nuova omogeneità sociale fondata su valori e principi che oggi sono
negati.
La necessità di affermare
la visione tradizionale del mondo stando seduti al tavolo del
panpoliticismo rivoluzionario produce, certamente, dell’imbarazzo.
Infatti, è la sinistra ad aver voluto una politica omnicomprensiva
capace di decidere su tutto e, perciò, a sinistra l’azione politica è un
momento di realizzazione, quasi un agire per agire, un movimento fine a
se stesso.
Differentemente, per la
destra, l’azione politica costituisce qualcosa di strettamente
necessario, di strumentale: il politico di destra utilizza strumenti che
non ritiene giusto utilizzare ed assume decisioni che ritiene di non
poter assumere, tuttavia lo fa – eccezionalmente – in nome della
tradizione. Quando questa sarà ristabilita, quando i valori ed i
principi saranno riaffermati e l’ordine sociale riconquistato, la
politica tornerà ad essere amministrazione dello Stato, e l’uomo di
destra potrà praticarla senza imbarazzi.
L’azione politica della
destra, tende, in ultima analisi, ad affermare un corpus di
valori e principi espressione di una visione tradizionale del mondo.
Questi costituiscono il
paradigma, o meglio il metaparadigma,
della visione del mondo della destra, la quale si fonda su due pilastri,
realismo e trascendenza, il secondo dei quali la qualifica come
concezione metafisica oltre che politica.
L’impresa che si propone
il presente lavoro è di intraprendere capitoli l’esposizione di questa
visione del mondo, del paradigma tradizionale che sta alla base del
pensiero di destra, nelle sue implicazioni politiche, sociali e
trascendentali.
Verranno perciò
esplorati, di volta in volta, i pilastri del realismo e della
trascendenza, partendo dal primo al fine di dimostrare che la
trascendenza non è un mero accessorio, ma costituisce la necessaria
conseguenza, ed al tempo stesso il presupposto, dell’impostazione
realista. Quella che altrove è stata definita come la dimensione
della verticalità o
opzione sacrale
costituisce, infatti, un elemento essenziale del pensiero di destra.
Pertanto, va tenuto
sempre presente che anche quando la destra agisce su un piano
esclusivamente politico la sua azione è, comunque, la conseguenza di un
impostazione metafisica.
In definitiva, destra
metafisica e destra politica sono coincidenti: la seconda è espressione
della prima e la prima è fondamento della seconda.
2.
L’uomo: un animale necessariamente (naturalmente) sociale.
In prevalenza, gli
storici del pensiero politico ritengono che la rottura operata dalla
Rivoluzione francese abbia avuto ad oggetto il concetto di sovranità: i
rivoluzionari hanno imposto il concetto di sovranità popolare, invece i
controrivoluzionari, non riuscendo ad accettare un sovrano diverso dal
Re,
avrebbero rifiutato tale concetto.
Nulla di più sbagliato.
Infatti, la rottura si
era verificata ben prima della decapitazione del Re di Francia: la
divergenza in ordine alla concezione della sovranità è, soltanto, una
delle tante conseguenze generate dalle congetture su uno stato di natura
a-storico, le quali, a partire da Hobbes, hanno determinato la nascita
delle ideologie politiche rivoluzionarie.
Per la destra, una
distinzione tra lo stato di società ed uno stato di natura, che gli
sarebbe preesistito, è impensabile. Si tratta di un’astrazione del
pensiero che, non solo, non trova riscontri nella realtà storica, ma non
è, neppure, supportata da giustificazioni logiche.
Immaginare l’esistenza
dello stato di natura così come hanno fatto i vari Hobbes, Locke,
Rousseau, dimostra come, sin dai propri albori, il pensiero ideologico
presenti un’innegabile tendenza a prescindere dal reale: dall’immaginare
uno stato di natura che non è mai esistito, a disegnare un mondo a
tavolino – come hanno fatto le ideologie totalitarie del ‘900 – il passo
è, terribilmente, breve!
Diversamente, la destra
sottolinea come l’uomo sia un animale necessariamente sociale: è la
stessa natura a fissare questa innegabile regola. Infatti, sarebbe
impossibile immaginare un mondo nel quale non esistano delle famiglie. E
cos’è la famiglia se non l’aggregazione sociale più elementare!
Dunque è l’analisi del
dato reale, delle leggi naturali ad impedire alla destra di accettare le
elucubrazioni sull’esistenza, o anche solo sulla configurabilità, di uno
stato di natura differente dallo stato di società.
L’uomo non è mai stato
isolato. Il selvaggio, buono o cattivo che fosse, fuori della società
non sarebbe potuto esistere. Lo stato di società è lo stato naturale
dell’uomo, ed ogni teoria che sostenga il contrario non solo è falsa ma
è, oltre modo, pericolosa.
Questi astratti stati di
natura costituiscono, peraltro, la giustificazione del riconoscimento
dei diritti inviolabili dell’uomo, delle teorie contrattualiste e, in
ultima analisi, dell’individualismo. Insomma sono all’origine degli
elementi che hanno prodotto, sul piano politico la Rivoluzione francese.
Dunque la rottura,
nell’età moderna, si è avuta a livello teorico già con Hobbes:
l’esigenza di giustificare un Leviatano la cui brama di crescita porterà
in breve all’assolutismo, ha prodotto conseguenze disastrose.
3. Il pessimismo antropologico.
Le teorie sullo stato di
natura non si limitavano a descrivere un uomo isolato, ma pretendevano
anche di rappresentarne le caratteristiche.
Così in Hobbes troviamo
uno stato di natura caratterizzato dalla regola homo, homini, lupus,
dove il contratto di fondazione dello Stato era il rimedio per sedare la
ferocia primordiale. Diversamente, in Rousseau troviamo la descrizione
di un buon selvaggio, un essere pacifico e libero che perderebbe queste
sue buone qualità durante il passaggio nello stato di società.
In entrambi i casi
ricorre una astrazione le cui conseguenze determinano esiti comunque
inaccettabili.
Hobbes correttamente
riconosce la natura cattiva dell’uomo ma, immaginandolo nello
stato di natura, gli attribuisce il potere di fondare uno Stato. Questo
concetto astratto, peraltro, legittimerà lo Stato, - non a caso
paragonato al mostro biblico Leviatano – ad avere una giurisdizione
incontrollata, limitato soltanto da un atto fondativo che nella realtà
non si è mai avuto e, perciò, in definitiva illimitato.
Hobbes fornisce,
pertanto, la legittimazione teorica alla nascita degli Stati moderni,
estranei, e tendenzialmente prevaricatori della realtà sociale. Lo Stato
moderno è, infatti, il primo artefice del crollo della società
tradizionale. Una comunità, quest’utima, che coincideva con lo Stato
anzichè differirne.
Rousseau fa peggio di
Hobbes. Egli sbaglia tre volte.
La prima nel congetturare
uno stato di natura che non è mai esistito. La seconda nel descriverne
gli abitanti come buoni e liberi. La terza nel supporre che bontà e
libertà vengano meno con l’ingresso nello stato di società.
Il Contratto sociale si
apre con l’affermazione che “l’uomo è nato libero ma dovunque egli è
in catene”.
Pertanto, secondo il
ginevrino, sarebbe giusto soltanto quell’ordinamento sociale che
riconoscesse la bontà della natura umana e, conseguentemente, rendesse
all’uomo tutte le libertà che merita. Ma così non è: l’uomo è più
cattivo che buono, tende a prevaricare più che a sacrificarsi, cerca il
miglior risultato col minor profitto, e – normalmente – dovendo
scegliere tra il bene per se stesso oppure per gli altri – opta per la
prima alternativa.
A Rosseau rispondeva,
senza mezzi termini, il capofila del tradizionalismo francese, il conte
Joseph de Maistre, affermando che “l’uomo in generale, abbandonato a
sè stesso, è troppo cattivo per essere libero”.
L’essenza della natura
umana non è l’altruismo. Un ordinamento sociale che neghi quest’evidenza
esaltando, al contrario, la libertà dell’uomo non solo genererebbe
infelicità ed ingiustizie diffuse, ma produrrebbe una realtà dove
“il più forte finirà
con l’arrostire il più debole”.
Dunque, compito
fondamentale degli organismi sociali è quello di assicurare la pacifica
ed ordinata convivenza tra gli uomini: se la società non esistesse gli
uomini si scannerebbero. Ma di tale circostanza gli architetti degli
stati di natura ed i propugnatori della sacralità della libertà astratta
non si curano.
Francesco
Marascio
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