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5. Concretezza delle tradizioni anziché
astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
7. Identità intese come
ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale,
regionale, civico e familiare.
9. La politica prima
dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi
entusiasmi.
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La Vandea
1. Un fatto divenuto un simbolo
Il termine «Vandea», grazie alla storiografia filo-rivoluzionaria, è divenuto
sinonimo di rivolta reazionaria e di resistenza contro l’affermarsi del
progresso, che hanno come protagoniste popolazioni contadine ignoranti,
sobillate da clero e nobili, che utilizzano il fanatismo religioso per scopi in
realtà riconducibili ai loro interessi e privilegi di classe. Questa
interpretazione non ha potuto essere adeguatamente controbilanciata dalla
storiografia filo-vandeana, perché, a tutt’oggi, gli storici di parte
rivoluzionaria hanno praticato l’occultamento dei fatti e imposto la damnatio
memoriae nei confronti dei protagonisti, quindi anche dei valori che stanno
all’origine della rivolta vandeana.
2. I motivi della rivolta
Il territorio indicato come Vandea Militare è situato nella Francia Occidentale,
sulla costa atlantica, con un’estensione di circa 10.000 kmq e con una
popolazione, all’epoca, di ottocentomila abitanti. Non si tratta di una regione
povera e marginale, ma la sua ricchezza e la sua popolazione sono superiori alla
media francese, così come la ricchezza e la popolazione francesi sono superiori
alla media europea del tempo.
Gli abitanti della regione sono noti per l’attaccamento alle consuetudini e alle
libertà locali, oltre che per un radicato sentimento religioso, segnato dalla
predicazione di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), che aveva
combattuto lo scetticismo del tempo soprattutto con la devozione mariana.
Alla fine del secolo XVIII l’Ovest, come tutta la Francia, patisce gli esiti di
un processo di centralizzazione che si è sempre più sviluppato a partire dal
regno di Luigi XIV di Borbone (1638-1715).
Il costo di questa politica è la causa principale della voracità statale in
materia fiscale e una delle conseguenze del governo dei ministri illuministi, sì
che fra il 1775 e il 1789 la pressione fiscale diventa sempre più sostenuta e
male sopportata da tutti.
Quando, per avviare una riforma generale che affronti il problema fiscale e il
deficit dello Stato, vengono convocati da re Luigi XVI di Borbone (1754-1793)
gli Stati Generali l’assemblea costituita dai rappresentanti del clero, della
nobiltà e della borghesia , anche dalla Vandea arrivano i cahiers de doléance,
raccolte di rimostranze e di petizioni che esprimono, insieme a un profondo
attaccamento alla monarchia, anche una serie di proteste contro il sistema di
imposizione fiscale, i suoi abusi e la sua irrazionalità.
I vandeani auspicano, quindi, un rinnovamento e con questo spirito mandano a
Parigi i loro rappresentanti, perché se ne facciano portavoce presso il sovrano.
E la disillusione è tanto più cocente quanto più grande è stata la speranza.
Diventa sempre più chiaro, e non solo in Vandea, che a Parigi non si lavora alle
sperate riforme, ma a emanare leggi destinate ad aumentare il potere coercitivo
delle amministrazioni, a colpire la Chiesa e le tradizioni religiose del popolo
in una inquietante accelerazione distruttiva.
La confisca e la vendita dei beni ecclesiastici, che avvantaggia solo borghesi e
nobili, e l’introduzione della Costituzione Civile del Clero, nell’estate del
1790, creano un diffuso malcontento, al quale le autorità rispondono con
insensibilità, con incapacità di governo e con una crescente repressione, che
sfocia nell’irrimediabile frattura fra le popolazioni e i pubblici poteri.
Gli avvenimenti precipitano nel 1793. La rottura provocata dalla Costituzione
Civile del Clero, che pone le basi di una rivolta di natura religiosa, si
consuma con la notizia che il 21 gennaio 1793 re Luigi XVI è stato
ghigliottinato, e si manifesta quando il Governo di Parigi ordina in tutta la
Francia l’arruolamento di trecentomila uomini da mandare al fronte.
3. La guerra contro-rivoluzionaria
La rivolta scoppia perché la popolazione della Vandea rifiuta di abbandonare le
case per andare a morire per una repubblica che considera illegittima, colpevole
di perseguitare la religione, di aver assassinato il sovrano legittimo e di aver
inasprito la crisi economica.
Già dal 1790, a causa delle tasse e in difesa dei sacerdoti detti «refrattari»,
cioè quelli che non avevano giurato fedeltà alla Costituzione, scoppiano un po’
dovunque tumulti e la Guardia Nazionale, più di una volta, non esita a sparare
sulla folla.
Anche in altre regioni della Francia scoppiano rivolte, però ovunque la
Repubblica le soffoca più o meno rapidamente, perché sono improvvisate, mancano
di coordinamento e di decisione. Ma in Vandea, nel marzo del 1793, inizia
un’insurrezione generale, annunciata dal suono delle campane a martello di tutte
le chiese. Gli insorti si organizzano militarmente sulla base delle parrocchie e
costituiscono un’Armata Cattolica e Reale di molte decine di migliaia di uomini,
guidati da capi che essi stessi si sono scelti e che spesso, specie fra i
nobili, sono restii a farsi coinvolgere.
Jacques Cathelineau (1759-1793), vetturino, è l’iniziatore della sollevazione e
viene eletto primo generalissimo dell’Armata vandeana; muore in battaglia a
trentaquattro anni. Il marchese Louis-Marie de Lescure (1766-1793) è un
ufficiale che gli insorti liberano dalla prigionia, ed egli ne diviene un capo
autorevole; quando muore in combattimento, a ventisette anni, gli viene trovato
addosso il cilicio. Henri du Vergier de la Rochejaquelein (1772-1794) è eletto
generalissimo a soli ventuno anni; Napoleone Bonaparte (1769-1821) ne esalterà
il genio militare. Jean-Nicolas Stofflet (1753-1796), guardiacaccia, si rivela
un formidabile tattico e non accetterà mai di arrendersi. François-Athanas de la
Contrie (1763-1796), detto Charette, è un ufficiale di marina «costretto» a
diventare un capo leggendario dagli insulti dei contadini che lo traggono da
sotto il letto, dove si è nascosto per sottrarsi alle loro ricerche; muore
fucilato. Vi è anche chi è prelevato a forza e portato in battaglia sulle spalle
dei contadini. Fra le poche eccezioni vi è Antoine-Philippe de la Trémoille,
principe di Talmont (1765-1794), che torna dall’esilio per mettersi alla testa
della cavalleria, unico dei grandi signori di Francia a combattere e a morire
con i vandeani.
Vittorie e sconfitte si alternano fino allo scacco di Nantes e alla sconfitta di
Cholet, nell’autunno del 1793. L’Armata Cattolica e Reale decide, allora, di
attraversare la Loira e di raggiungere il mare in Normandia, dove pensa di
trovare la flotta inglese. Ma all’arrivo gli inglesi non vi sono e i vandeani,
con le famiglie al seguito, ritornano sui propri passi, inseguiti dai
repubblicani che li sconfiggono in una serie di scontri, che si risolvono in
carneficine dove gli insorti, donne e bambini compresi, vengono sterminati a
migliaia.
4. La repressione rivoluzionaria
Nel gennaio del 1794 la Repubblica ordina la distruzione totale della Vandea.
Spedizioni militari punitive, dette «colonne infernali», attraversano la regione
facendo terra bruciata e perpetrando il genocidio della popolazione, con una
metodicità e con strumenti da «soluzione finale», che anticipano gli orrori del
secolo XX; né mancano intenti di controllo demografico.
Parallelamente inizia la campagna di scristianizzazione del territorio e il
Terrore rivoluzionario si abbatte sulle popolazioni con la più dura delle
persecuzioni mentre gli imprigionati, i deportati in questo periodo viene
inaugurata la colonia penale di Caienna, nella Guyana , le esecuzioni di ogni
tipo sono in un numero imprecisato. Nel febbraio del 1794 la Vandea insorge
ancora e conduce una spietata guerra di guerriglia, che mette la Repubblica alle
corde. Finalmente, nel febbraio del 1795, a La Jaunnaye, i capi vandeani firmano
una pace con la quale il Governo di Parigi s’impegna a riconoscere la libertà
del culto cattolico, concede l’amnistia, un’indennità di risarcimento e, a
quanto pare, in alcuni articoli segreti, s’impegna a consegnare ai vandeani il
figlio di Luigi XVI, prigioniero nella Torre del Tempio di Parigi. Però, in
seguito al mancato rispetto degli accordi, nel maggio del 1795 Charette e altri
capi riprendono le armi, ma questa volta l’insurrezione non ha l’ampiezza della
precedente, anche perché è grande la delusione per il mancato arrivo di un
principe che si metta alla testa degli insorti; mancato arrivo di cui sono
responsabili anche gli intrighi inglesi.
La guerriglia continua senza speranza fino alla cattura e alla fucilazione di
Charette, nel marzo del 1796. Il tentativo di sbarco a Quiberon da parte di
settecentocinquanta «emigrati» persone che hanno lasciato la Francia dopo gli
avvenimenti del 1789 , molti dei quali ufficiali di marina cui l’Inghilterra ha
promesso aiuto e appoggio militare, si conclude in un disastro. Traditi, cadono
nelle mani dei repubblicani, che promettono loro la vita in cambio della resa e
invece li fucilano; tutto finisce in una tragica Baia dei Porci ante litteram.
Con la morte di Charette si conclude l’epopea vandeana. Vi sarà un’altra
insurrezione negli anni 1799 e 1800, guidata dai capi vandeani superstiti e da
George Cadoudal (1771-1804) in Bretagna; poi ancora nel 1815, durante i Cento
Giorni napoleonici; e, infine, l’ultimo episodio sarà la fallita insurrezione
legittimista contro il governo liberale di Parigi nel 1832.
5. Il costo della guerra
Anni di guerra e di guerriglia spietata, ventuno battaglie campali, duecento
prese e riprese di villaggi e di città, settecento scontri locali,
centoventimila morti di parte vandeana, numerosissimi di parte repubblicana, la
regione completamente devastata: queste sono le cifre impressionanti che molti
cercano di nascondere.
Quella che Napoleone ha chiamato una lotta di giganti è una guerra popolare,
cattolica e monarchica, che i vandeani hanno condotto diventando coscientemente
un ostacolo all’affermazione del primo grande tentativo di repubblica
rivoluzionaria e totalitaria della storia moderna. Per questo la Vandea ha
pagato con un terribile genocidio, seguito dal silenzio di chi si riconosce
nell’albero ideologico della Rivoluzione francese.
6. La vittoria dei vinti
Il riconoscimento dei sacerdoti fedeli a Roma, il ristabilimento del culto
cattolico e infine, con tutti i suoi limiti, il Concordato Napoleonico del 1802
sono da molti ascritti a merito anche del sacrificio dei vandeani. Questa, in
ultima analisi, può essere definita la grande vittoria dei vinti. Vinti in
questo mondo, dal momento che molti di questi martiri sono stati elevati alla
gloria degli altari dalla Chiesa.
Quindi, questa è la ragione per cui, fuori dal linguaggio corrente della
storiografia, il termine «Vandea», al di là del suo contesto storico, ha valenza
positiva, esempio e sinonimo di contrapposizione radicale ai princìpi
rivoluzionari dell’epoca moderna, e difesa e proposizione dei valori sui quali
si fonda la civiltà cristiana; perciò termine contro-rivoluzionario perché
esprime non solo ostilità alla Rivoluzione in tutti i suoi aspetti, ma anche
sostegno dei princìpi cristiani, che sono a essa radicalmente contrari.
di Renato Cirelli
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Per approfondire: vedi un quadro generale della Rivoluzione francese, in Pierre
Gaxotte (1895-1982), La Rivoluzione Francese, trad. it., Mondadori, Milano 1989;
sulla Vandea in particolare, vedi la monografia di Reynald Secher, Il genocidio
vandeano, prefazione di Jean Mayer, presentazione di Pierre Chaunu, trad. it.,
Effedieffe, Milano 1991; e lo straordinario documento di François Noël «Gracchus»
Babeuf (1760-1797), La guerra della Vandea e il Sistema di Spopolamento,
introduzione, presentazione, cronologia, bibliografia e note di R. Secher e
Jean-Joël Brégeon, trad. it., Effedieffe, Milano 1991; per la «fortuna» del
termine come categoria storica, vedi gli atti di un convegno tenuto in Vandea
nel 1993, per ispirazione dello storico P. Chaunu, AA. VV., La Vandea, premessa
di Sergio Romano, trad. it., Corbaccio, Milano 1995; per un’analisi delle
interpretazioni del fenomeno «Rivoluzione francese», vedi Massimo Introvigne, Il
sacro postmoderno. Chiesa, relativismo e nuova religiosità, Gribaudi, Milano
1996, pp. 24-59.
Tratto da : "Voci per un Dizionario del Pensiero Forte"
(www.alleanzacattolica.org)
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