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regionale, civico e familiare.
9. La politica prima
dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi
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La Restaurazione
Il Congresso di Vienna
Con il termine Restaurazione viene indicato il periodo della storia europea
successivo alla sconfitta militare di Napoleone Bonaparte (1769-1821) e al venir
meno del sistema imperiale da lui costruito nel ventennio dal 1796 al 1815,
nello stesso tempo facendo riferimento sia alla ripresa dei princìpi precedenti
la Rivoluzione francese — cioè caratterizzanti l’Antico Regime —, sia al ritorno
dei prìncipi sui troni degli Stati sui quali Napoleone aveva dominato, a partire
dal rientro dei Borboni in Francia.
L’esame dell’operato dei governi dopo il 1815 mostra però come non si sia
verificata un’autentica restaurazione dei princìpi pre-rivoluzionari,
soprattutto perché la cultura politica delle classi dirigenti è intrisa
dell’ideologia illuminista, quindi la loro azione nei confronti della Chiesa
cattolica ispirata dal giurisdizionalismo, cioè dalla dottrina dell’assolutismo
illuminato che subordinava la religione agli interessi dello Stato e che aveva
dominato negli Stati europei del Seicento e del Settecento.
L’evento principale della Restaurazione è il congresso — tenuto a Vienna dal 22
settembre 1814 al 10 giugno 1815 — nel quale i responsabili delle potenze che
avevano costituito la quadruplice alleanza contro Napoleone gettano le basi del
sistema politico che garantirà la pace all’Europa nei trent’anni successivi. A
Vienna sono rappresentati l’impero austriaco, il regno di Prussia, l’impero
degli zar e il Regno Unito. A essi si deve aggiungere il Regno di Francia,
presente con Charles-Maurice Périgord, principe di Talleyrand (1754-1838), un ex
abate sempre nella cerchia dei potenti, sotto qualsiasi governo di qualunque
tendenza, prima con quelli rivoluzionari, poi con Napoleone, ora con re Luigi
XVIII di Borbone (1755-1824). Questi i protagonisti del congresso, anche se ai
lavori prendono parte diplomatici di altri Stati.
Oltre al nuovo assetto istituzionale e politico dato all’Europa, il risultato
più importante del Congresso di Vienna è la costituzione della Santa Alleanza
fra l’impero degli zar, il regno di Prussia e l’impero austriaco, con la quale
questi Stati s’impegnavano a considerarsi parti di un unico popolo soggetto al
medesimo Dio, che insieme avrebbero protetto dai nemici sia esterni che interni.
Il principe di Metternich
Artefice e arbitro del Congresso di Vienna è Klemens Wenzel Lothar, principe di
Metternich (1773-1859), forse il protagonista della lotta contro Napoleone, al
quale succede come figura di primo piano nella storia europea. Entrambi, negli
opposti campi della Rivoluzione e della Contro-Rivoluzione, sono specularmente
simili, perché atipici nei rispettivi schieramenti. Come Napoleone fa senz’altro
parte del mondo rivoluzionario e, anzi, dà un contributo decisivo allo sviluppo
del processo rivoluzionario, soprattutto istituzionale, in Europa — pur essendo
atipico rispetto all’immagine corrente del rivoluzionario —, così Metternich
dedica senz’altro tutta la sua vita pubblica a combattere la Rivoluzione, pur
senza essere un contro-rivoluzionario. Infatti, più che un portatore di una
visione del mondo immutabile — come sono i contro-rivoluzionari, consuetamente
ed erroneamente ridotti a semplici sostenitori dell’Antico Regime — è lo strenuo
difensore di un ordine politico realizzatosi in un determinato tempo storico e
un fedele servitore della monarchia asburgica, che serve con tutta la sua
intelligenza e abilità diplomatica, pur condividendo in parte le premesse
ideologiche illuministiche della Rivoluzione. L’ottica con la quale studia e
combatte la Rivoluzione è essenzialmente politica, in quanto vede in essa la
nemica dell’ordine e dell’armonia fra gli Stati, cioè della concezione politica
riassunta nella divisa "La vera forza nel diritto", contenuta nel suo testamento
politico. Metternich concepisce il Congresso di Vienna e la Santa Alleanza come
strumenti per attuare una politica di solidarietà fra gli Stati che riposasse —
come scrive nelle Memorie — "[...] sulla medesima base della grande società
umana formatasi in seno al cristianesimo. Questa base non è altro che il
precetto formulato nel Libro per eccellenza: "non fare ad altri ciò che non vuoi
sia fatto a te"". La mancanza di una più completa prospettiva religiosa e
culturale è probabilmente conseguenza dell’educazione — ispirata alla pedagogia
illuminista di Johann Bernhard Basedow (1723-1790), il fondatore del
"filantropismo" — ricevuta da un precettore giacobino dal 1787 al 1790 e
dell’insegnamento che gli viene impartito all’università di Strasburgo, in
particolare da un professore di Diritto Canonico — del quale Metternich non
rivela il nome —, successivamente divenuto vescovo di Strasburgo e poi apostata
in nome dei princìpi rivoluzionari; se, con i loro eccessi, questi uomini
suscitano nel giovane Metternich repulsione per l’ideologia giacobina, d’altro
canto in qualche modo lo privano dell’educazione che gli avrebbe permesso di
risalire alle cause del processo rivoluzionario e, quindi, di cogliere le
responsabilità dell’illuminismo — anche nella versione del dispotismo illuminato
— in quella rivoluzione che avrebbe combattuto per tutta la vita.
Se il Congresso di Vienna, con il ritorno dei sovrani sui troni occupati da
uomini di Napoleone e con la solidarietà degli Stati contro la Rivoluzione, dà
all’Europa un lungo periodo di pace dopo vent’anni di guerra praticamente
ininterrotta, la Rivoluzione continua a operare occultamente nelle diverse
nazioni, talora emergendo, come nei moti del 1820 e del 1821 in Spagna, nel
Mezzogiorno d’Italia, in Piemonte e in quelli del 1830, che portano
all’instaurazione di una monarchia liberale in Francia con re Luigi Filippo d’Orléans
(1773-1850), prima di esplodere nel 1848 nelle insurrezioni delle principali
capitali europee.
La Restaurazione in Italia
Il Congresso di Vienna ricostituisce nella penisola italiana dieci Stati: il
Regno di Sardegna, il Regno Lombardo-Veneto sotto l’imperatore d’Austria, il
Ducato di Parma e di Piacenza, il Ducato di Modena e di Reggio, il Ducato di
Massa e Carrara, il Granducato di Toscana, il Ducato di Lucca, lo Stato della
Chiesa — comprendente anche le Legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, le
Marche, Benevento e Pontecorvo —, la Repubblica di San Marino, il Regno di
Napoli e di Sicilia, mentre Trentino, Sud Tirolo e Venezia Giulia tornavano
all’impero austriaco.
L’Italia era rimasta profondamente segnata dal regime napoleonico. Dal punto di
vista ecclesiale, gli ordini religiosi, le congregazioni e le confraternite
soppressi dai governi rivoluzionari vengono restaurati solo in minima parte:
"[...] nella diocesi di Milano — scrive per esempio lo storico Guido Verucci —
si hanno nel 1818 solo 1 casa religiosa maschile e 2 femminili, e in quella di
Bergamo, nel 1825, 1 maschile e 3 femminili, contro 24 maschili e 34 femminili
esistenti alla fine del Settecento". Anche la politica giurisdizionalistica
imputabile all’impero austriaco, almeno fino al Concordato del 1855, avrà la sua
parte di responsabilità nell’ostacolare la rinascita religiosa, favorendo il
distacco popolare dall’autorità imperiale e attenuando l’ostilità del mondo
cattolico verso le società segrete e le forze rivoluzionarie.
Nel mondo cattolico fioriscono nuove forme di apostolato, fra le quali alcune
specificamente sorte per combattere la Rivoluzione sul piano culturale, come il
movimento laicale Amicizia Cristiana — Cattolica dopo il 1815 —, diffuso
soprattutto nell’Italia Settentrionale, e nascono numerosi giornali
contro-rivoluzionari come L’Enciclopedia ecclesiastica e morale, pubblicata a
Napoli nel 1821 dal teatino Gioacchino Ventura (1792-1861), le Memorie di
religione, di morale e di letteratura, fondate a Modena nel 1822 da monsignor
Giuseppe Baraldi (1778-1832), e L’Amico d’Italia, sorto a Torino nello stesso
anno per iniziativa del marchese Cesare Taparelli d’Azeglio (1763-1830).
Ma il periodo napoleonico lascerà segni profondi e duraturi soprattutto sul
piano giuridico: "Indipendentemente da ogni considerazione del suo contenuto
normativo sostanziale — ricorda Guido Astuti (1910-1980) —, la vera novità e
originalità del C. N. [il Codice Napoleone] sta nel valore giuridico formale
della codificazione, compiuta in attuazione di nuovi principi teorici, che la
differenziano nettamente da tutte le precedenti compilazioni o consolidazioni
legislative, determinando una radicale trasformazione del sistema delle fonti
del diritto, e con essa l’inizio di una nuova età nella storia della nostra
civiltà giuridica.
"Ad un ordinamento fondamentalmente consuetudinario e giurisprudenziale, quale
era stato nei secoli il diritto civile, dai tempi di Roma fino a tutto il secolo
XVIII, il codice sostituiva un ordinamento interamente legislativo, in cui la
volontà sovrana del legislatore si poneva come fonte di produzione unica, o
almeno tendenzialmente esclusiva di fronte alla consuetudine e alla
giurisprudenza; ad un sistema come quello del diritto comune, caratterizzato da
una pluralità e gerarchia di fonti, quale si era venuto svolgendo nel pluralismo
politico e nel particolarismo giuridico dei secoli di mezzo, sulla duplice base
del privilegio e dell’autonomia, succedeva il sistema del diritto codificato,
costituito da un solo testo legale, contenente un complesso normativo unitario,
sistematicamente ordinato e suddiviso in articoli, in cui materiali vecchi e
nuovi, di diversa derivazione e natura, erano insieme rifusi ed uniformemente
presentati con formule concise e precise, come parti organiche di un unico
corpo".
Dopo il Congresso di Vienna
Negli anni successivi al Congresso di Vienna l’opera della Rivoluzione continua
all’interno degli Stati italiani sia a livello delle società segrete che del
personale governativo. Già nel 1816 Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa
(1768-1838), uno dei principali rappresentanti della posizione
contro-rivoluzionaria in Italia — cioè di una riforma culturale e civile prima
che politica, che restaurasse i princìpi del diritto naturale e cristiano e
abolisse tutte le riforme rivoluzionarie introdotte durante il ventennio
napoleonico e anche nel tempo del dispotismo illuminato — è costretto a
dimettersi da ministro della polizia nel Regno di Napoli dal primo ministro
Luigi cavalier de’ Medici, principe di Ottaiano e duca di Sarno (1759-1830),
favorevole al mantenimento delle riforme illuministiche. Pochi anni dopo, nel
1819, il conte Prospero Balbo (1762-1837), un liberale già funzionario del
regime napoleonico, è nominato primo segretario di Stato per gli Affari Interni
del Regno di Sardegna. Così, mentre in tutti gli Stati italiani vengono
mantenuti i codici napoleonici, cioè le principali conquiste rivoluzionarie, e
le classi dirigenti, civili e militari, continuano a essere ampiamente
caratterizzate dalla presenza di ex collaboratori dei regimi napoleonici, le
forze liberali si organizzano per far compiere alla società un nuovo passaggio
rivoluzionario. Nel dicembre del 1818, ad Alessandria, Filippo Buonarroti
(1761-1837) fonda la società segreta dei Sublimi Maestri Perfetti, organismo con
il quale cercherà di controllare la rete delle società segrete operanti nel
paese, fra cui la Federazione Italiana guidata dal conte Federico Confalonieri
(1785-1846), operante soprattutto in Lombardia, la Costituzione Latina, nata
nelle Legazioni pontificie dalla fusione di elementi della Carboneria con uomini
della Società Guelfa, e, soprattutto nel Meridione, la stessa Carboneria.
L’influenza nel corpo sociale delle società segrete insieme a quella degli
elementi liberali presenti nei governi prepareranno il crollo degli Stati della
Restaurazione sotto la pressione del Regno di Sardegna, dopo il 1848 guadagnato
alla causa rivoluzionaria e forte dell’appoggio degli Stati francese e inglese.
di Marco Invernizzi
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Per approfondire: vedi un inquadramento generale in Luigi Bulferetti
(1915-1992), La Restaurazione, in Nuove questioni di storia del Risorgimento e
dell’unità d’Italia, Marzorati, Milano 1961, pp. 387-456; le conseguenze del
periodo napoleonico nell’ordinamento giuridico in Guido Astuti, Il Code Napoléon
in Italia e la sua influenza sui codici degli Stati italiani successori, in
Napoleone e l’Italia, tomo I, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei 1973; sulla
vita religiosa durante la Restaurazione vedi Guido Verucci, Chiesa e Società
nell’Italia della Restaurazione (1814-1830), in AA. VV., La Restaurazione in
Italia. Strutture e ideologie, Atti del XLVII Congresso di storia del
Risorgimento italiano (Cosenza, 15-19 settembre 1974), Istituto per la Storia
del Risorgimento, Roma 1976, pp. 173-206; del principe di Metternich vedi
Memorie, trad. it., Bonacci, Roma 1991, nelle quali, alle pp. 249-257, si trova
Il mio testamento politico.
Tratto da : "Voci per un Dizionario del Pensiero Forte"
(www.alleanzacattolica.org)
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