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Manifesto delle identità
e delle tradizioni
1.Patria
intesa come Terra dei Padri.
2. Le origini valgono più
dell’originalità.
3. Più dei tempi contano i
luoghi.
4. Elogio delle benefiche
disuguaglianze contro l’appiattimento egualitario.
5. Concretezza delle tradizioni anziché
astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
7. Identità intese come
ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale,
regionale, civico e familiare.
9. La politica prima
dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi
entusiasmi.
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Il Carlismo
1. Da una disputa dinastica un movimento politico
Il carlismo è un movimento politico spagnolo nato da una disputa dinastica, ma
caratterizzato da una visione del mondo. Si comincia a parlare di carlismo alla
morte di re Ferdinando VII di Borbone (1784-1833), salito al trono dopo aver
cacciato i francesi nel 1812. Con una serie di concessioni costituzionali e di
successive abrogazioni egli produce una situazione d'insicurezza politica, che
lo costringe a richiedere, nel 1823, l'aiuto della Santa Alleanza la quale invia
un esercito guidato da Louis Antoine, duca d'Angoulème (1775-1844).
Rimasto per la terza volta vedovo e ancora senza figli, Ferdinando VII sposa
Maria Cristina di Borbone-Due Sicilie (1806-1878) e poco dopo, poiché non ha
eredi maschi, designa come legittimo successore il fratello Don Carlos María
Isidro (1788-1855). Ma nel 1830 dal matrimonio nasce una figlia, Isabella
(1830-1904), e il re, con atto unilaterale senza precedenti, il 29 marzo 1830
abroga la legge salica, che comporta l'esclusione delle donne dalla successione
al trono, annulla la designazione di Don Carlos e proclama la figlia legittima
erede.
Alla morte di Ferdinando VII, nel 1833, la Spagna si divide in due opposte
fazioni. Da un lato si schierano i seguaci di Don Carlos, che assume il titolo
di Carlos V - detti per questo "carlisti" -, erede legittimo secondo la legge
salica, appoggiato dai monarchici legittimisti, dai cattolici tradizionalisti e
soprattutto dai reazionari antiliberali; dall'altro si schierano i liberali, i
massoni, i cattolici costituzionalisti e le frange più progressiste della
società spagnola, che sperano di strappare a Maria Cristina - nominata reggente
a causa della giovane età di Isabella - concessioni politiche grazie
all'appoggio dato a sua figlia.
2. Le tre guerre carliste
La lotta politica da contrasto dottrinale degenera presto in scontro armato:
inizia la Prima Guerra Carlista (1833-1839). In Navarra e nelle province basche
la popolazione insorge in difesa dei diritti di Carlos V e occupa la parte
settentrionale del paese. Nel resto della penisola, dove la maggioranza
parteggia per Isabella o si mantiene neutrale, la lotta diventa guerriglia e
bande di armati carlisti, i requetés, attaccano a sorpresa le guarnigioni. La
guerra si trascina fino alla tregua di Vergara, del 31 agosto 1839, e la
guerriglia si esaurisce nel giugno del 1840.
Nel 1845 Carlos V abdica in favore del figlio Carlos VI (1818-1861) e altri
tentativi insurrezionali si verificano nel 1847 e nel 1849 - è la Seconda Guerra
Carlista -, e nel 1860. Alla morte di Carlos VI gli succede il nipote Carlos VII
(1848-1909). Nel 1868 Isabella - Isabella II dal 1841 - viene dichiarata
decaduta da un moto rivoluzionario repubblicano, quindi le Cortes, il parlamento
spagnolo, chiamano al trono Amedeo I di Savoia (1845-1890). Nel 1872 Carlos VII,
vedendo allontanarsi la possibilità di una restaurazione, dà il segnale della
sollevazione: è la Terza Guerra Carlista (1872-1876). Prima contro Amedeo I di
Savoia, poi contro la repubblica proclamata nel 1873 alla sua abdicazione,
infine contro Alfonso XII (1857-1885), figlio di Isabella II, la guerra continua
fino al 19 febbraio 1876 quando, sconfitti a Estella, in Navarra, i carlisti
rinunciano alla lotta. Carlos VII decide di passare la frontiera francese con
quanto resta del suo esercito, al quale, il 28 febbraio, rivolge l'ultimo
discorso salutandolo con lo storico "Volveré!", "Tornerò!", consegna delle
generazioni carliste venture ed espressione della fedeltà alla monarchia
tradizionale.
Approfittando del malcontento politico prodotto dalla perdita di Cuba, di
Portorico e delle Filippine a conclusione della guerra con gli Stati Uniti
d'America del 1898, nello stesso anno i carlisti ritentano la sorte, ma sono
sconfitti, esiliati e imprigionati. Seguono diversi tentativi di
riorganizzazione da parte di delegati di Don Carlos, tutti destinati a
insuccesso.
La morte di Carlos VII, avvenuta il 18 luglio 1909, precipita i carlisti in un
lutto profondo e, dopo una fase di sbandamento, è invitato alla guida del
movimento Don Jaime di Borbone (1870-1931), figlio di Carlos VII, che prende il
nome di Jaime III.
Durante la dittatura di Miguel Primo de Rivera y Orbaneja (1870-1930) i carlisti
non hanno una posizione univoca e nel 1931 stringono un'alleanza elettorale con
gruppi nazionalisti e piccole formazioni di destra - è la Minoranza
Basco-Navarrina - per opporsi politicamente alla repubblica.
Il 22 settembre 1931 Alfonso XIII (1886-1941), di ascendenza isabellina, visita
a Parigi Jaime III nella sua residenza di Avenue Hoche, visita ricambiata tre
giorni dopo a Fontainbleu. Si parla di un riavvicinamento dei due rami e di un
patto, per cui Alfonso XIII avrebbe accettato Jaime III come capo della Casa e
legittimo erede al trono purché nominasse successore suo figlio, l'infante Don
Juan; ma il 2 ottobre 1931, in seguito a una caduta da cavallo, Jaime III muore.
L'unico discendente diretto è Don Alfonso di Borbone (1849-1936), fratello di
Carlos VII, zio di Jaime III. Benché ottantenne e in una situazione politica
molto difficile, Don Alfonso assume il titolo di re carlista con il nome di
Alfonso Carlos, in memoria del fratello, e ricostituisce il movimento come
Comunión Tradicionalista.
3. La "Cruzada"
(1936-1939)
L'apporto carlista al tentato alzamiento del 10 agosto 1932 - guidato da José
Sanjurjo y Sacanell (1872-1936) contro la Repubblica proclamata nel 1931 dopo la
vittoria elettorale di repubblicani e di socialisti - è immediato e i giovani
carlisti affrontano comunisti e anarchici in sanguinosi scontri.
Nelle elezioni del 1933 la CEDA, la Confederación Española de Derechas Autónomas,
il fronte delle destre, ottiene circa duecentodieci deputati; ma non ha gli
stessi obiettivi dei carlisti e il fallimento della sua politica è determinante
per esasperare gli animi e per accentuare il carattere anticattolico e
rivoluzionario del governo repubblicano, ormai egemonizzato dai socialcomunisti.
La Comunión Tradicionalista passa alla cospirazione e all'azione diretta. Sotto
la guida di Manuel Fal Conde (1894-1975), giovane avvocato andaluso, capo della
Comunión Tradicionalista, di José Luis Zamanillo González Camino (1904-1981),
delegato nazionale dei requetés, e del generale José Enrique Varela Iglesias
(1891-1951), capo militare, i carlisti si preparano alla ribellione.
Dal primo giorno dell'alzamiento, l'insurrezione del 18 luglio 1936, i reparti
carlisti guidati da Sanjurjo, da Emilio Mola Vidal (1887-1937) e da Gonzalo
Queipo de Llano y Sierra (1875-1951) partecipano alla Cruzada che vivono come
una sorta di Quarta Guerra Carlista. Indalecio Prieto y Tuero (1883-1962),
ministro della Marina repubblicana nel 1936, quando sa dell'alzamiento del
generale Mola in Navarra, esclama: "Vi sono i requetés. Siamo perduti!". Inizia
quindi l'ultimo atto bellico dei carlisti, di cui la Guerra Civile del 1936-1939
rappresenta l'epico epilogo. La Cruzada non è più solo lotta dinastica, ma una
lotta per la difesa della Spagna contro la nuova barbarie.
La morte di Alfonso Carlos, il 29 settembre 1936, e l'unificazione imposta nel
1937 dal generalissimo Francisco Franco Bahamonde (1892-1975) con la Falange
Española y de las JONS - Juntas de Ofensiva Nacional-Sindicalista -, fondata nel
1933 da José Antonio Primo de Rivera y Sáenz de Heredia (1906-1936), tolgono
alla Comunión Tradicionalista influenza sulla Nuova Spagna.
Dal 1939 la Comunión Tradicionalista come movimento politico svolge un ruolo di
secondo piano. Esistono molti circoli culturali che raccolgono l'eredità
dottrinale del carlismo e alcuni movimenti politici, non unificati, che si
dichiarano continuatori della Comunión Tradicionalista.
4.
L'ideario
Il pensiero politico carlista, sintetizzato nel lemma Diós, Patria, Fueros, Rey,
è stato esposto nel corso degli anni da diversi autori, che hanno elaborato
quanto ha contraddistinto le posizioni e le scelte del movimento. Fra essi
ricordo Antonio Aparisi y Guijarro (1815-1872), Enrique Gil Robles (1849-1908),
Ramón Nocedal y Romea (1844-1907), Juan Vázquez de Mella y Fanjul (1861-1928),
Guillermo Estrada y Villaverde (1834-1895), Gabino Tejado y Rodríguez
(1819-1891), don Félix Sardá y Salvany (1844-1916), Matías Barrio y Mier
(1844-1909), fino a Francisco Elías de Tejada y Spínola (1917-1978) e al vivente
Rafael Gambra Ciudad.
Dio e Patria.
Dio è al centro dell'attività umana nel mondo, ma soprattutto in
Spagna, che il grande erudito e critico letterario Marcelino Menéndez y Pelayo
(1856-1912) descrive come "evangelizzatrice di mezzo mondo, martello degli
eretici, luce di Trento, spada di Roma, culla di sant'Ignazio"; perciò la Spagna
o è cattolica o non esiste come entità statale organizzata, perché la patria
spagnola comporta l'unità nella fede cattolica. Da questa fede derivano le
esigenze di subordinare la politica alla maggior gloria di Dio, di dichiarare la
religione cattolica religione di Stato e di ispirare la legislazione e le
istituzioni alla dottrina sociale della Chiesa.
Fueros.
Il termine castigliano "fuero" deriva dal latino forum, "luogo dove
viene amministrata la giustizia". Passa poi a significare la giurisprudenza o
insieme di sentenze emesse dai giudici. Quindi, seguendo il cammino della
formazione del diritto, passa a significare il complesso di privilegi
riconosciuti dallo Stato a una città o a una categoria, per giungere finalmente
a indicare l'insieme di norme specifiche con le quali si reggono le popolazioni
spagnole. Il richiamo ai fueros comporta il riconoscimento dell'uomo come essere
concreto e non come ente astratto; il fatto che le libertà, ossia gli ambiti
operativi di ciascuno s'inseriscono, in ogni popolo, nelle consuetudini legali e
sociali generate dalla sua tradizione specifica e non in leggi esterne; il
primato della libertà nella competizione fra uguaglianza e libertà e la
preferenza per i sistemi di libertà concrete delle diverse tradizioni regionali
spagnole rispetto all'astratta libertà rivoluzionaria. Insomma, i fueros sono
usi e costumi giuridici creati dalla comunità, elevati a norma giuridica con
valore di legge scritta dal riconoscimento concordato con l'autorità del loro
effettivo carattere consuetudinario, quindi, diversamente dalle "dichiarazioni
di diritti" o dalle "costituzioni di carta", costituiscono garanzie di autentica
libertà politica.
Re.
Nell'ideario carlista l'accento non è posto né sulla persona del re, né
sulla dinastia, ma sulla Corona, situata al vertice della piramide delle
istituzioni politiche, che deve essere cattolica, storica, sociale,
responsabile, forale ed ereditaria. Cattolica significa che la Corona deve
assoggettare la politica generale ai princìpi della morale cattolica, essere
rigidamente fedele agli insegnamenti della Cattedra Romana e favorire in ogni
modo quanto promuove l'instaurazione del Regno Sociale di Cristo; storica
significa che è caratterizzata dal cumulo dei diritti storici sempre
perfettamente identificabili; sociale significa che deve essere non assoluta ma
limitata, anzitutto dalla coscienza cattolica, morale e religiosa del re, quindi
dalle barriere giuridiche dei fueros e dalle decisioni delle Cortes, o giunte,
che rappresentano gli interessi regionali e nazionali; responsabile significa
che non è accettata la distinzione fra regnare e governare, tipica delle
monarchie costituzionali: nella monarchia carlista il re esercita personalmente
il governo, aiutato dai Consigli della Corona o Consigli Reali, e risponde se
lui o i suoi agenti non rispettano le regole dell'ordinamento giuridico di
quello che si potrebbe chiamare "Stato sociale di diritto"; forale significa che
il re esercita le sue facoltà di governo a norma dei diritti che storicamente e
costituzionalmente gli competono in ognuno dei suoi domini, per cui quanto in
una regione corrisponde a un fuero in altra può essere addirittura contrario;
finalmente ereditaria vuol dire che, nella disputa fra legittimità di origine e
legittimità di esercizio, se quest'ultima prevale sulla prima, non si rinuncia
ad attribuire importanza anche al collegamento dinastico.
di Roberto Gavirati
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Per approfondire: vedi il mio I carlisti e la guerra di Spagna, tesi di laurea,
anno accademico 1977-1978, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano,
relatore professor Gianfranco Bianchi; e Francisco Elías de Tejada y Spínola (a
cura di), Il Carlismo, trad. it., Edizioni Thule, Palermo 1972.
Tratto da : "Voci per un Dizionario del Pensiero Forte"
(www.alleanzacattolica.org)
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