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massimario del pensiero conservatore la rivista
Manifesto delle identità e delle tradizioni
1.Patria intesa come Terra dei Padri.
2. Le origini valgono più dell’originalità.
3. Più dei tempi contano i luoghi.
4. Elogio delle benefiche disuguaglianze contro l’appiattimento egualitario.
5. Concretezza delle tradizioni anziché astrattezza delle utopie.
6. La realtà produce la norma.
7. Identità intese come ricchezza e non limite per la persona.
8. Orgoglio nazionale, regionale, civico e familiare.
9. La politica prima dell’economia. L’identità prima della politica.
10. Scetticismo, anziché stupidi entusiasmi.
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Giovani a Occidente Identità - Ideologia - Integralismo documento politico-culturale di "Nuova Generazione" redatto in occasione della guerra all’Iraq
PREMESSA L’avvio dell’intervento militare in Iraq impone di confrontarsi con le problematiche che esso inevitabilmente ripropone. L’accendersi di un dibattito che più o meno esplicitamente allude a compatibilità culturali o a scontri tra civiltà, nonchè ad imperialismo ed autodeterminazione dei popoli, non può lasciare indifferente un’area politica, la destra, che dell’identità culturale fa la propria bandiera. A tale confronto è chiamato soprattutto il mondo della destra giovanile italiana particolarmente sensibile ai temi dell’appartenenza italiana ed europea. Ciò che con questo documento ci proponiamo è di giustificare l’azione di guerra con la scelta di ferma contrapposizione al terrorismo di matrice islamica imposta dalla attualità politica, corroborando tale scelta mediante un’analisi culturale capace di spiegarne le ragioni profonde; lo scopo delle riflessioni che seguono è di dimostrare che l’appoggio agli Stati Uniti non è il frutto di opportunismo politico contingente ma rappresenta una conseguenza naturale e coerente della nostra identità civile e della nostra cultura politica. I binari lungo cui abbiamo deciso di muoverci sono quelli dell’identità e dell’ideologia, dove la seconda rappresenta la negazione della prima. Il percorso si articolerà in cinque momenti: il primo consiste nella ricostruzione della identità occidentale; il secondo riguarda la natura e gli sviluppi delle ideologie, cui vengono ricondotti anche gli integralismi; nel terzo momento dopo aver definito l’identità in generale, consideriamo i possibili rapporti tra essa le altre identità e le ideologie; il quarto momento è un’analisi dell’identità islamica alla luce delle recentissime tragedie; il quinto momento rappresenta, invece, il tentativo di comprendere il fascino esercitato da ciò che è orientale sugli ambienti di destra. Terminata l’analisi ne faremo un bilancio finale e trarremo le conclusioni politiche.
I MOMENTO: IDENTITA’ OCCIDENTALE
1. DIMENSIONE CULTURALE EUROPEA: L’Europa nasce dall’incontro tra i principi della filosofia greca (Platone e Aristotele), della legislazione romana e della religione cristiana. Come modello culturale questa Europa, che in definitiva ha coinciso con la christianitas, procede in crescendo senza subire particolari travagli fino alla contestazione dei sui principi religiosi ( la Riforma luterana), cui seguirà la critica dei suoi presupposti filosofici (Illuminismo e Idealismo) e lo sconvolgimento delle sue forme politiche (Rivoluzioni francese e russa). Tuttavia in questa sede non interessa occuparci della fase patologica dell’Europa, ma ci preme descriverne il contenuto, esporre i concetti che la governavano e che, sopravvissuti alle patologie europee, ritroviamo ancora (sia pure trasformati o riletti) ai giorni nostri. I più importanti tra questi furono indubbiamente i seguenti: la distinzione tra autorità civile ed autorità religiosa (teoria dei due Soli) con un Sommo Pontefice garante della legittimità dei governanti ma mai governante egli stesso[1]; gli uomini eguali solo in quanto figli di Dio con differenze da riconoscere poiché era ingiusto trattare egualmente realtà diseguali; la consapevolezza del ruolo di fondamento dell’ordine sociali di istituti come la famiglia e la proprietà privata; una sfera pubblica orientata alla ricerca del Bene Comune da realizzare mediante l’avvicinamento all’ideale di Giustizia; la tolleranza verso i non credenti visti come anime da convertire; l’idea del potere limitato dalla esistenza di diritti naturali indisponibili da parte del sovrano; il diritto di resistenza contro un monarca trasformatosi in despota per aver oltrepassato le proprie competenze sempre limitate e mai assolute; l’importanza attribuita a valori c.d. spirituali; e molti altri aspetti che per ragioni di spazio non possiamo qui elencare. Questo dunque il contenuto essenziale dell’Europa culturale che cerchiamo di descrivere, un contenuto esistito a prescindere dall’esistenza dell’unità politica imperiale, e che tuttora resiste nonostante gli avvenimenti successivi all’ottantanove. L’Europa culturale coincide quindi con la cultura della Grande Tradizione[2].
2. DALL’EUROPA ALLA MAGNA EUROPA:
Come abbiamo potuto apprendere sui banchi di scuola gli europei non si sono sempre trattenuti nel subcontinente asiatico chiamato Europa, essi hanno viaggiato verso le Americhe, l’Africa, L’Asia, allo stesso modo con cui gli antichi greci viaggiarono verso l’Italia meridionale, cioè portando con sé un bagaglio di cultura e di civiltà. E’ proprio al mondo umano generato dall’espansione degli europei che si riferisce il termine Magna Europa[3], a quella Europa fuori dell’Europa cui sono stati trasmessi i valori di una civiltà percorsa da una religione universale. In questa prospettiva non ci stupisce l‘affermazione di un conservatore colombiano contemporaneo come Gòmez Dàvila: “Il problema di fondo di tutte le ex colonie, cioè il problema (…) della povertà di tradizioni, ( …) della civiltà inautentica, dell’imitazione forzata e avvilente, mi è stato risolto con somma semplicità: il cattolicesimo è la mia patria[4].” Dunque le loro tradizioni sono le nostre, la nostra origine è unica, partecipiamo della stessa cultura.
3. DAL MEDITERRANEO ALL’ATLANTICO:
E’ indubitabile che il baricentro della Roma imperiale e del primo cristianesimo fosse il mare Mediterraneo. L’Asia minore e l’Africa settentrionale furono province romane e terre cristiane, esemplare è a questo proposito l’attuale Tunisia: essa fu la prima provincia romana sul continente africano e diede i natali a Sant’Agostino, l’architetto della Civitas Dei. Tuttavia queste terre furono presto oggetto dell’espansione islamica che, come oggi ci appare palese, non lasciò sopravvivere molte tracce della civiltà europea che la precedette. Il Mediterraneo da centro della Cristianità divenne una linea di frontiera tra la Cristianità ritratta e l’avanzata dei seguaci di Maometto[5]. La cultura europea viene così a coincidere anche geograficamente col subcontinente europeo e a posizionarsi nell’area occidentale. L’avanzata musulmana non valse però a fermare la vocazione universale europea che si diresse verso i nuovi continenti dando vita a quella Magna Europa che spostò il baricentro della cultura europea sull’oceano Atlantico. Europa e Magna Europa unitariamente considerate occupano ora quello spazio occidentale del mondo che si pone a cavallo dell’Atlantico. Occidente è il termine che, nato per definire l’ambito di vigenza della cultura europea, indica esso stesso quella cultura: l’Occidente è il luogo della cultura europea e dunque la cultura europea è cultura occidentale.
4. IL CASO STATI UNITI: UNA RIVOLUZIONE PER L’EUROPA
Una tra le più gravi falsificazioni storiche diffusa nella cultura occidentale è la presentazione della rivoluzione americana come la sorella minore di quella francese: secondo questa lettura superficiale, se non opportunista, della storia i coloni americani si sarebbero rivoltati contro le tradizioni e i costumi della madrepatria perseguendo un fine che potremmo definire ideologico e precorrendo la Rivoluzione del 1789. Le cose andarono diversamente. Spia rivelatrice è il comportamento di Edmund Burke: perché il padre del conservatorismo prima difese le ragioni dei coloni americani e poi, con le sue “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”, diede alle stampe la prima critica organica della Rivoluzione francese? La risposta è semplice: i coloni americani agivano affinché le loro libertà tradizionali fossero rispettate, i rivoluzionari francesi agivano per distruggere la società tradizionale e le sue libertà e per creare una società nuova fondata, non più sulle tradizioni, ma sul razionalismo astratto[6]. Quella francese è una Rivoluzione a pieno titolo in quanto rovescia l’ordine esistente pretendendo di sostituirlo con un ordine artificiale; quella americana è solo impropriamente definita una rivoluzione, in realtà si tratta dell’esercizio di quel diritto di resistenza riconosciuto ai sudditi contro un monarca che esercita il suo potere sovrano oltre i limiti del diritto naturale, diritto che nel caso in esame è una libertà sancita dall’ordinamento tradizionale inglese. Dunque gli Stati Unti non nascono in opposizione alla tradizione culturale europea ma come reazione ad una sua violazione, non rappresentano un nuovo mondo contrapposto al vecchio ma una costola della vecchia Europa che rettifica i propri principi. Non una Rivoluzione contro l’Europa ma una rivoluzione per l’Europa. Definita in questi termini la genesi degli Stati Uniti d’America è chiaro come essi abbiano pieno diritto di cittadinanza nella Magna Europa[7]. I problemi del mondo attuale quali l’individualismo alienante, il capitalismo selvaggio, la società retta quasi solo sui consumi, l’affievolirsi delle identità popolari, non sono colpe originarie degli U.S.A. ma le conseguenze dell’affermazione delle ideologie avvenuta a partire dalla Rivoluzione francese, affermazione che riguarda sì l’America ma anche i nostri Paesi europei, nonché quelli asiatici e in misura minore anche il continente africano. L’importante è la consapevolezza che nonostante i loro, ed i nostri problemi, sia noi che loro apparteniamo alla medesima civiltà, quella civiltà che occupa lo spazio chiamato Occidente.
5. OCCIDENTE: IDENTITA’ PLURALISTA E TOLLERANTE.
Dall’analisi condotta emerge una cultura occidentale diffusa in larga parte del pianeta, una eredità della cultura classico-cristiana che in virtù della sua vocazione universale non impedisce che questi vengano declinati in maniera peculiare da ogni singola esperienza: una cultura civile che è principio e summa delle varie culture particolari. Tale pluralismo si giustifica in virtù di una caratteristica strutturale della cultura europea: la tolleranza[8]. Essa opera sia verso l’interno che verso l’esterno. Internamente permette la concordia tra le diverse esperienze nazionali e regionali. Esternamente consente la coesistenza con altre identità, le quali, anche se diverse e distanti, vengono rispettate dalla cultura occidentale.
II MOMENTO IDEOLOGIA: NEGAZIONE DI OGNI IDENTITA’
1. DEFINIZIONE DI IDEOLOGIA. L’ideologia è un’espressione di pensiero immanentista perché pretesa autosufficiente[9]. L’ideologia agisce solo in riferimento a quello che definisce come il proprio obiettivo, e nella sua azione non tiene conto della realtà come è veramente ma si riferisce a come essa immagina che sia. Il sistema ideologico ha come riferimento solo sé stesso: esso è astrattamente perfetto ma praticamente irrealizzabile in quanto cozza con la realtà. Gli elementi reali quali identità, tradizioni, culture concrete, vengono considerati solo se rapportabili ai dettami ideologici; essi vengono distrutti oppure svuotati del loro originale significato e riletti in funzione ideologica. La inconciliabilità tra identità ed ideologia è dovuta alla circostanza che la prima è di ostacolo alla seconda: l’ideologia uccide l’identità perché essa è fuga dal reale. Come tale il sistema ideologico presenta due inevitabili caratteristiche: è utopistico ed è totalitario. E’ utopistico perché prescindere dalla realtà è astrattamente ipotizzabile ma praticamente irrealizzabile; è totalitario perché rifiutata la realtà l’ideologia pretende di costruire un nuovo mondo secondo le sue leggi cioè un mondo dove tutto è ideologia[10].
2. LO SVILUPPO DELLE IDEOLOGIE.
A livello politico la prima affermazione delle ideologie si compie con la Rivoluzione francese: essa non costituì un genuino movimento popolare diretto alla difesa di diritti violati (come la Rivoluzione americana) ma un sovvertimento ispirato ai principi astratti della ragione illuministica che nella loro aridità pretesero di sostituirsi alle tradizioni nazionali dei popoli e alle strutture storiche consolidate dal consenso comune. L’aspetto ideologico consiste nell’ergere la ragione (che è solo una parte della natura umana e neppure la parte più consistente) a canone supremo di giudizio delle strutture sociali e politiche, nonché a fondamento di un nuovo concetto di società basato su una filosofia meccanica, lontana dalla vera natura dell’uomo, e precorritrice di morte e tirannie. Carattere specifico della Rivoluzione francese è il suo essere stata contro natura: prodotto del mero pensiero, essa ha in sé tutte le potenzialità disgreganti e nullificanti del pensiero svincolato dalla tradizione e dalla storia[11]. Lo sviluppo politico delle ideologie non si arrestò con la fine del Terrore giacobino, ma continuò il suo percorso e giunse a partorire i totalitarismi del ‘900. Questi rappresentano uno degli stadi più avanzati dell’offensiva ideologica: l’ideologia si incardina nello Stato e per il tramite di questo strumento tenta di condizionare ogni aspetto dell’esistenza[12]. Il Nazismo sostituì la tradizionale patria tedesca con una comunità di sangue (espressione dell’evoluzionismo darwinista) legittimata a mettere a morte chiunque non vi appartenesse. Il Comunismo degradò gli individui da persone (cioè soggetti con legami religiosi, patriottici, patrimoniali, ecc.) in sottotipi umani la cui vita dipendeva dal volere della legge socialista[13]. Entrambi fondati sul materialismo, il primo spiegava ogni cosa in base alla razza e il secondo in base all’economia, offuscati dalla ideologia trascurarono la realtà che offre una gamma ben più complessa di parametri di giudizio. Il risultato della grande espansione ideologica nel ‘900 fu lo scoppio, o il pericolo, di conflitti che prescindevano dalla identità storica dell’alleato o dell’avversario ma dipendevano esclusivamente da convergenze o divergenze ideologiche: la sola cosa che accomunasse cinesi e cubani era il comunismo. Alle patrie storiche e concrete si sostituirono astratte patrie ideologiche spesso trasversali a nazioni, culture e civiltà.
3. LE NUOVE MINACCE IDEOLOGICHE.
Con la fine della guerra fredda si è registrata la scomparsa delle ideologie palesi che sconvolsero il ‘900, tuttavia il loro venire meno non ha prodotto automaticamente la morte delle impostazioni ideologiche. Gli anni in cui viviamo corrono il rischio di nuove ideologie, forse meno consapevoli della propria essenza rispetto a quelle che le hanno precedute ma altrettanto pericolose. Queste nuove ideologie nascenti derivano dal concetto di identità, e consistono o nell’annullamento di tale concetto ottenuto mediante la confusione delle varie identità, o nella trasformazione della identità in ideologia mediante una svolta integralista.
3.1. IDEOLOGIA DELLA RINUNCIA ALLE IDENTITA’.
Il termine delle guerre ideologiche ha spinto alcuni a ritenere che l’umanità sia giunta alla fine della storia[14]: il nuovo ordine mondiale non conoscerebbe più né differenti ideologie né differenti identità, gli unici problemi residui sarebbero tecnici o economici e andrebbero risolti secondo procedure formali unanimemente condivise. Il presupposto di questa visione è chiaramente, oltre alla fine definitiva delle ideologie, la morte delle identità o meglio la realizzazione di un’unica identità mondiale: questa sarà generata dalla confusione disordinata tra le tradizioni particolari, una confusione tale che al termine del processo non sarà più distinguere una tradizione dall’altra. La condizione affinché le identità si tuffino nel calderone dell’uniformità è l’indifferentismo, cioè un falso concetto di tolleranza che ritiene ogni identità equivalente ad un’altra. Il rifiuto di distinguere la propria identità da quelle diverse costituisce il primo passa verso la rinuncia alla identità[15]. Il risultato è un falso universalismo, erroneamente descritto come tollerante e pluralistico, che cela il nuovo totalitarismo dell’unica non-identità. Sul piano politico questi atteggiamenti si concretano nel tentativo di estendere il concetto di globalizzazione o enfatizzandolo oppure contestandolo nella sua reale portata: chiunque veda nella globalizzazione elementi ulteriori rispetto all’incremento degli scambi commerciali dovuto ai miglioramenti della tecnica, e chiunque critichi la globalizzazione perché è soltanto questo è un’apostolo della nuova ideologia di rinuncia alle identità. I c.d. no-global strumentalizzano le identità locali come i rivoluzionari francesi strumentalizzarono l’identità nazionale, essi non difendono il modo d’essere dei popoli ma ne decontestualizzano le espressioni per asservirle alla loro ideologia: all’interno di un centro sociale i bucatini alla amatriciana non rappresentano la tradizione romana ma diventano il simbolo dell’ideologia della rinuncia, un’ideologia che oltre che uccidere le identità né profana anche la memoria rubbandone le manifestazioni.
3.2. INTEGRALISMI.
Oltre che dalla negazione delle identità il pericolo ideologico può riaffiorare anche dalla loro esaltazione. L’integralismo trasforma l’identità in ideologia: la spinge a trapassare dal campo dell’essere a quello del dover essere. Gli elementi che prima determinavano l’identità nella prospettiva integralista sono da essa determinate, da ricognizione di ciò che esiste oggettivamente l’identità diviene parametro soggettivo di ciò che deve esistere. Dalla verità si cade nell’errore, dal naturale si passa all’artificiale. La tolleranza, nel senso di rispetto per l’altro, diviene inconcepibile: l’identità non viene più vissuta ma imposta. Essa al pari delle ideologie diventa il metro regolatore di ogni cosa: se nella Russia comunista l’ateismo era imposto dalla legge socialista, nell'Afganistan talebano l’islamismo è imposto dalla legge coranica. Integralismo non significa, come comunemente lo si intende, vivere rigidamente la propria identità ma significa svuotarla dei suoi contenuti e capovolgerla. L’integralista non salva le identità ma la uccide. Una volta morta la sostituisce con una sua cattiva imitazione ideologica.
III MOMENTOCONFLITTI IDEOLOGICI E COESISTENZA IDENTITARIA.
1. DEFINIZIONE DI IDENTITA’.
Dopo averlo spesso richiamato è giunto il momento di puntualizzare il concetto di identità. Essa consiste nel modo d’essere di un popolo, ovvero nel prodotto delle sue tradizioni, dei suoi costumi, della sua storia, della sua religione, della sua cultura. L’identità si atteggia a vari livelli: dalla famiglia, al comune, alla regione, alla nazione, fino all’ambito della propria civiltà. Ogni identità ha davanti a sé tre strade: rinunciare a sé stessa, trasformarsi in integralismo, restare sé stessa. Seguendo le prime due strade sconfina nella ideologia, seguendo l’ultima si preserva. Affinché non imbocchi la via della rinuncia l’identità deve essere ben radicata, in altre parole un popolo deve possedere una forte coscienza identitaria; affinché non si indirizzi verso l’integralismo l’identità deve saper valorizzare tra le sue caratteristiche la tolleranza.
2. TOLLERANZA: ELEMENTO ESSENZIALE DELL’IDENTITA’
E’ opportuno soffermarci sul concetto di tolleranza, il cui significato viene frequentemente variato ad arte. Le sinistre in particolare abusano di questo termine attribuendogli un significato che non gli è proprio: esse interpretano la tolleranza come indifferenza o addirittura come condivisione, ad esempio per dimostrarsi tolleranti verso la civiltà africana ci si carica di collane ed anelli che esprimono tale cultura. Il vero significato di tolleranza rimane invece quello di rispetto per ciò che è diverso. Rispetto che non implica accettazione, condivisione o confusione, ma semplicemente pacifico riconoscimento delle proprie differenze. Chiarito così il concetto di tolleranza e avendo già dimostrato come esso appartenga con sicurezza alla identità occidentale, dobbiamo ora specificare come esso sia necessario a qualsiasi identità che voglia preservarsi: la falsa tolleranza porta alla rinuncia, la mancanza di tolleranza porta alla degenerazione, la vera tolleranza permette di conservare la propria identità. In questo senso e in questi limiti possiamo affermare che la tolleranza è un elemento essenziale di ogni vera identità.
3.COESISTENZA TRA IDENTITA’
La tolleranza implica il riconoscimento delle identità differenti dalla propria[16]. Tale riconoscimento è il frutto di un giudizio di diversità: a chi appartiene ad una identità interessa valorizzare le proprie peculiarità non affermare la superiorità delle proprie e l’inferiorità delle peculiarità altrui. L’identità non mira ad estendersi ma a rafforzarsi, non cerca di accrescere il proprio territorio ma la propria autoconsapevolezza, non compie un moto centrifugo ma centripeto. La conoscenza dell’altro, nella fermezza della distinzione, non la indebolisce ma la rafforza. Dunque la coesistenza delle identità non solo è possibile ma è auspicabile: il solo pluralismo stabile è quello tra le diverse identità.
4. CONFLITTI IDEOLOGICI
Se le vere identità necessariamente coesistono, le ideologie differenti necessariamente confliggono. La ragione è semplice: ogni ideologia ha aspirazioni totalitarie, pretendendo di regolare ogni cosa urta tutto ciò che si frappone alla sua diffusione, sia che si tratti di un’identità sia che si tratti di una diversa ideologia. Ciò è vero tanto per le ideologie della rinuncia quanto per gli integralismi: le prime si scontreranno con le identità e con gli integralismi; i secondi con le identità, con le ideologie della rinuncia e con altri integralismi. Chi ipotizza scontri di civiltà[17]nel nuovo ordine mondiale come differenti rispetto agli scontri tra ideologie del ‘900, in realtà non fa che prefigurare nuovi scontri ideologici: la differenza rispetto al secolo scorso è che tali ideologie nascono dalle identità come sue negazioni o esaltazioni.
IV MOMENTO ISLAM: UN TOTALITARISMO RELIGIOSO. Abbiamo avuto modo di vedere come a determinare la cultura occidentale concorrano un elemento filosofico ed un elemento politico oltre che un elemento religioso. La cultura islamica è invece determinata esclusivamente dall’elemento religioso e ciò in ragione dei caratteri che questo presenta: adottando impropriamente una terminologia politica, potremmo definire l’Islamismo come una religione-ideologia totalitaria e il Cattolicesimo come una religione-idea pluralistica. Fatta questa necessaria premessa è chiaro come la differenza tra cultura occidentale e cultura islamica, ripetiamo a causa delle peculiarità di quest’ultima che risolve tutto nella religione, sia essenzialmente la differenza tra cattolicesimo e islamismo. E’ proprio tale distinzione che ora si cercherà di chiarire.
1. CATTOLICESIMO: UNA PROPOSTA DI FEDE
Trattando della rivoluzione americana abbiamo sottolineato come la libertà dei sudditi fosse un diritto intangibile dall’arbitrio del re. Tale libertà è nella cultura occidentale nient’altro che il riflesso della libertà degli uomini in quanto creature di Dio. Sul piano religioso essa si atteggia quale libertà di credere o non credere lasciata dal Creatore: il Dio cristiano nella sua onnipotenza non sceglie mai di manifestarsi in modo inequivocabilmente evidente ma sembra quasi sia attento a rivelarsi in maniera tale che sia difficile scoprirlo, che il suo gesto generi il semplice dubbio e non la sicura certezza della sua esistenza[18]. Insomma quella del Dio cristiano non è una fede imposta dall’evidenza ma è proposta dal dubbio. Ecco la libertà di credere: può trovare Dio solo chi lo cerchi o chi voglia cercarlo. Ciò chiaramente non significa che la fede cattolica, in quanto scelta, sia meno certa delle fedi che si impongono. Al contrario la certezza è rinvigorita dalla partecipazione volontaria e consapevole del fedele. Dalla possibilità di scelta sulla fede si evince una implicita concessione di cittadinanza anche per gli atei, per gli agnostici o per i seguaci di altre religioni. In altre parole il Cristianesimo è strutturalmente tollerante, intendendo con questo termine il rispetto della libertà dell’altro e non ( come generalmente a sinistra si intende la tolleranza) l’indifferentismo o il rifiuto di distinguere tra Verità ed errore. A riprova di quanto si è affermato basti citare Blaise Pascal, un grande apologeta cattolico secondo il quale “ non può essere vera (perché non rispetta la nostra esperienza) nessuna religione che non riconosca la non-evidenza di Dio[19]”. Concludendo possiamo definire il Cristianesimo come una proposta di fede, che come tale implica il rispetto per l’errore nella certa consapevolezza della Verità, e che in virtù della discrezione del suo Dio (Padre e non padrone) non si occupa direttamente di affari civili.
2. ISLAMISMO: SOTTOMISSIONE ALLA FEDE.
Pochi sanno che Islam significa sottomissione e che Muslim, cioè musulmano, significa il sottomesso. Allah è un dio che sottomette, che non propone la fede ma la impone come si impone l’evidenza: per i musulmani Allah è il sole che splende sul deserto a mezzogiorno. La tolleranza, nel senso di rispetto, è inconcepibile: l’ateo che nega che il sole sia Allah è un pazzo che per questo va punito. L’infedele non è visto come un’anima da convertire ma come un nemico da sottomettere. I sacerdoti cattolici non possono essere soldati, al contrario un buon musulmano è anzitutto un combattente per Allah. L’espansione dell’Islam non avviene tramite l’evangelizzazione ma tramite la guerra santa. Data questa intolleranza strutturale ci riesce difficile anche distinguere un Islam moderato da un altro fondamentalista: l’unica possibile differenza può al più riguardare la scelta di mezzi terroristici piuttosto che di mezzi meno vili, per un fine che in ogni caso rimane identico. Inoltre la convinzione dell’evidenza di Allah, che va solo constatata, porta anche alla negazione di ogni ambito civile che sfugga a tale evidenza: se Allah è evidente ovunque tutto è religione e va regolato secondo la legge, religiosa, del Corano. Proprio questo è l’aspetto che connota l’islam come una religione totalitaria che, al pari delle ideologie, pretende di regolare ogni cosa: se nella Russia comunista l’ateismo era imposto dalla legge statale, nell’Afganistan talebano l’islamismo è imposto dalla legge coranica. L’ultimo aspetto dell’Islam su cui conviene soffermarsi è la sua rigidità: se la tradizione è intesa nel senso di trasmissione (da tradere, traditio) l’Islam è antitradizionale. E’ una religione che si cristallizza nella lettera dei versetti coranici, frasi chiuse e precetti determinati di difficile interpretazione estensiva. La rigidità coranica oltre a rendere l’Islam inconciliabile con altre culture, ne determina un rapporto difficile perfino con le innovazioni della tecnica (culturalmente neutre). Parlando dell’Afganistan si denuncia sempre l’obbligo di indossare il burka, ma spesso si omette di parlare del divieto di guardare la TV. Questi strumenti sconosciuti al profeta sono intesi come malvagi e per questo considerati, al pari di altri strumenti del male come le armi, accettabili solo come strumenti di guerra: Bin Laden comunicava coi suoi kamikaze tramite Internet e telefoni satellitari. Volendo concludere l’Islam non è capace di discernere l’ambito civile da quello religioso, è geneticamente intollerante e per legge (coranica) votato a combattere gli infedeli, fatica ad accettare perfino l’innovazione tecnologica che è culturalmente neutra. Con queste premesse non è difficile essere scettici sulla possibilità di integrarsi dei molti immigrati musulmani giunti in Europa[20]: dopo un ‘esame della loro cultura siamo portati a ritenere che i seguaci di Maometto più che ad essere integrati tendano ad essere integralisti.
3. UN’IDENTITA’ DIFFICILE
La critica che l’onestà ci impone di muovere all’Islam è una tendenza, maggiore di altre identità, a degenerare in integralismo[21]. Ciò non toglie che si tratti pur sempre di una tendenza e non di una sicura degenerazione. Gli elementi che giustificano questo sospetto sono essenzialmente due: il primo è l’idea di sottomissione ad Allah; il secondo è la difficoltà a distinguere l’ambito religioso dall’ambito civile. Il significato letterale di Islam è sottomissione, mentre Muslim, cioè il musulmano, significa il sottomesso. La condizione di sottomessi dei fedeli è la conseguenza della evidenza di Allah: egli è per i musulmani il Sole ce splende sul deserto a mezzogiorno[22]. La difficoltà a distinguere la sfera civile da quella religiosa deriva anch’essa dall’evidenza di Allah: se egli è evidente in ogni cosa, tutto va regolato dalla sua legge, cioè il Corano. Il Corano come ogni testo si apre a interpretazioni differenti; le interpretazioni vengono fornite da migliaia di sapienti religiosi liberi da vincoli gerarchici. Il sapiente che interpreterà il Corano sostenendo che Allah è evidente per l’infedele come per il fedele determinerà la degenerazione dell’identità islamica in integralismo. Il sapiente che, interpretando il Corano diversamente dal primo, ammetterà che l’evidenza di Allah si manifesta solo nei riguardi dei fedeli permetterà all’identità islamica di restare tale e di coesistere con altre identità. Ciò che i sapienti sono chiamati a soddisfare mediante l’interpretazione coranica è la tolleranza per gli infedeli, la accettazione della libertà religiosa: se rispetta queste condizioni l’Islam ha una dignità pari a tutte le altre identità con le quali potrà pacificamente coesistere.
4. L’ISLAM AL VAGLIO DELL’ESPERIENZA.
Considerando la storia come politica sperimentale abbiamo il dovere di indagare gli indirizzi finora assunti dall’Islam. Andando a ritroso nei secoli sono veramente rari gli esempi di tolleranza: l’Islam ha ripetutamente tentato di assaltare il cuore dell’occidente, e senza avventurarci in dettagliati resoconti storici ci basta segnalare quanto accaduto a Poitiers nel 732 ed ad Otranto nel 1840[23], oltre che gli episodi di Lepanto. Ciò senza tralasciare l’importante ruolo di pensatori islamici (Avicenna, Averroè) nella riscoperta del pensiero filosofico occidentale. Tornado ai giorni nostri sarebbe miope non prendere atto che oltre l’ignoranza fanatica dei talebani esistono paesi musulmani come la Tunisia, il Marocco, l’Egitto o la Giordania, dove si sta affermando la libertà religiosa e consuetudini come la poligamia sono in regresso se non esplicitamente vietate. Tirando le somme l’esperienza storica ci conferma che accanto alla deriva integralista esiste un’Islam capace di accompagnare la propria identità alla tolleranza verso le identità diverse.
5. VALUTAZIONE DELLA SFIDA DI BIN LADEN E DEL PERICOLO SADDAM.
Siamo adesso in grado di esprimere un giudizio sugli avvenimenti recenti alla luce dei ragionamenti svolti nelle pagine che precedono. Alcuni analisti leggono il progetto di Bin Laden come una reazione del mondo islamico alla minaccia di un occidente che essi identificano in tutto e per tutto con quella che noi abbiamo definito ideologia della rinuncia. Secondo questa tesi sarebbe l’identità islamica a ribellarsi all’ideologia che vuole annullare ogni identità. Noi crediamo che una ricostruzione di questo genere pecchi di eccessivo semplicismo e trascuri alcuni importanti elementi: l’omissione riguarda l’esistenza della tradizione culturale dell’occidente che è antica e viva anche ai giorni nostri e non si può confondere con l’uniformità del pensiero unico, il semplicismo consiste nel ritenere che la reazione appartenga alla realtà islamica e non ad una sua degenerazione. Noi crediamo che il progetto di Bin Laden corrisponda in pieno a quegli integralismi, intesi come degenerazione e trasformazione delle identità, che non sono identità vissute in maniera integrale ma identità negate dalla loro radicalizzazione. Ora secondo i proclami dello stesso Bin Laden il suo integralismo è diretto contro l’America, gli Israeliani ed i crociati, nonché contro i paesi arabi che collaborano con loro. Traducendo dal linguaggio di Bin Laden nel nostro per America dovremmo intendere il pericolo dell’appiattimento culturale, cioè l’ideologia della rinuncia alle identità. Per ebrei dovremmo intendere l’identità ebraica. Per crociati dovremmo intendere l’identità occidentale. Per paesi arabi che collaborano dovremmo intendere l’identità islamica che conosce la tolleranza. Dalla individuazione dei nemici del terrorista saudita siamo in grado di ottenere l’ennesima conferma della natura del suo progetto: si tratta di una ideologia di tipo integralista che come tale si scontra con ideologie diverse e con qualsiasi identità compresa quella islamica da cui prende le mosse. L’Iraq è notoriamente tra i più laici Stati del medio-oriente, ma, tuttavia, nonostante la sua laicità, è anche quello che più di tutti si trova in conflitto col mondo occidentale. L’alleanza tra la dittatura irakena e gli integralisti islamici, non è dunque dettata da affinità ideologiche quanto dalla necessità di combattere lo stesso nemico: Saddam ha tutto l’interesse ad essere il braccio armato e statale dei terroristi di Al Quaeda.
V MOMENTO:
Anche oltre il mondo della destra la tentazione dell’oriente si è affermata a partire dagli anni 60’/70’divenendo un fenomeno di massa: la moda dei guru, delle arti marziali, la pubblicazione di testi sulle religioni orientali, testimoniano un crescente interesse verso civiltà così diverse e lontane. La destra non resta immune al fascino orientale ed è fortemente attratta dal suo spiritualismo e dalla vitalità delle sue tradizioni, aspetti ormai difficili da ritrovare con tanta evidenza nel mondo occidentale secolarizzato. L’attrazione dei giovani di destra per l’oriente è soprattutto favorita da alcuni pensatori tradizionalisti tra i più letti negli ambienti della politica militante: Julius Evola e Renè Guenon. Per l’importanza che i due hanno avuto ne tentiamo una breve analisi critica.
1. EVOLA: LA TRADIZIONE IRRAGGIUNGIBILE.
La tradizione evoliana consiste nella descrizione delle forme proprie della civiltà indoeuropea in epoche molto remote; tale studio permette al pensatore di disegnare ciò che definisce come mondo della tradizione. Contrapposto ad esso si trova il mondo moderno che per Evola è rappresentato dai blocchi contrapposti USA-URSS. Tra i due mondi c’è il vuoto, un baratro profondo migliaia di anni che rappresenta una distanza insuperabile tra moderno e tradizionale[24]. La tradizione evoliana è astorica, non esprime trasmissione ma incomunicabilità. Il mondo moderno va rifiutato in toto, non conserva neppure un minimo residuo tradizionale: perfino le sue patrie sono prive di valore e perciò è solo nell’Idea che si può riconoscere una patria[25]. Il mondo tradizionale descritto da Evola sembrerebbe più indiano o barbaro che indoeuropeo: le sue forme, le caste, nell’uomo di oggi suscitano un’immediata ammirazione per tutto ciò che è orientale. Questa ammirazione unita al rifiuto del mondo in cui si vive porta al pericolo di abbandono dell’occidente per l’oriente: certo gli evoliani più raffinati sapranno evitare questo rischio, ma alcuni meno raffinati non ci sono sempre riusciti. Pur dovendo dare atto ad Evola del merito di aver riproposto valori tradizionali come onore, gerarchia, fedeltà, non possiamo non denunciare l’errore di rifiutare le nostre tradizioni concrete per abbracciare una tradizione così lontana da non poter esser vista ma soltanto pensata; errore aggravato dal rischio che, non potendo raggiungere quella evoliana, vengano abbracciate tradizioni ad essa simili, comunque lontane dalla propria, ma ancora tangibili come quelle orientali.
2. GUENON: LA PRETESA DI SCEGLIERSI LA TRADIZIONE.
Come molti tradizionalisti c.d. integrali anche Guenon ritiene che tutte le tradizioni particolari (quelle con la “t” minuscola) convergano nella Tradizione (scritta con la “T” maiuscola), anche se poi non sarebbe una vera e propria unione ma un accordo sui principi: il presupposto da cui si parte è quindi che le tradizioni, pur se differenti, sono tra loro sempre e comunque compatibili. In particolare tale compatibilità si sarebbe avuta tra Oriente e Occidente premoderno, di modo che i contrasti tra le due civiltà sarebbero una conseguenza dell’abbandono della Tradizione da parte dell’occidente[26]. Con questi presupposti è chiaro perché Guenon attribuisca una superiorità metafisica all’Oriente: l’Occidente per Guenon è tradimento della Tradizione oppure è una tradizione scadente come quella del Cattolicesimo al quale egli, al pari di Evola, rimprovera di aver agito solo sul piano della devozione popolare (che non sarebbe vera tradizione ma soltanto superstizione) e non sul piano esoterico come ha fatto l’Islam attraverso il sufismo. Fin qui il suo pensiero, ma di questo autore è necessario esaminare anche le scelte di vita: il francese Renè Guenon si trasferì infatti in Egitto dove aderì all’Islam e visse la sua vita da buon musulmano. Egli scelse in sostanza la tradizione che più lo aggradava come se dovesse acquistare detersivo, e abbandonò la sua tradizione d’origine. Ma è legittimo operare una scelta di questo tipo e restare all’interno di una prospettiva tradizionalista o identitaria? Noi crediamo che la incoerenza del gesto di Guenon non sia che la conseguenza cui si perviene decontestualizzando la tradizione: l’errore di Guenon è aver voluto costruire un sistema astratto del tradizionalismo anziché vivere concretamente la sua tradizione. Egli ha creato una tradizione astratta e ha scelto la propria in maniera artificiale. La tradizione, al più, la si accetta o non la si accetta, ma scegliersela è peggio che rifiutarla.
3. L’EQUIVOCO SULL’OCCIDENTE MODERNO.
Analizzato sommariamente il pensiero di Evola e Guenon possiamo tentare di focalizzare le ragioni della tentazione dell’Oriente: esse possono riassumersi in una errata valutazione dell’Occidente contemporaneo considerato come totalmente secolarizzato e antitradizionale, oppure come percorso da tradizioni deboli e incapaci di offrire una prospettiva interessante. In quest’ottica la stima per l’occidente si limita all’Impero Romano oppure a Carlomagno, l’Europa attuale è considerata una vittima irrecuperabile dell’offensiva modernista americana, mentre l’Oriente viene idealizzato come l’unica civiltà capace di resistere all’offensiva. Abbiamo già dimostrato come agli Stati Uniti non si possa attribuire una colpa originaria rispetto alla decadenza dei valori, come tale fenomeno sia dovuto all’espansione dei principi propri della Rivoluzione francese, e come esso riguardi in misura maggiore o minore tutto il mondo e non il solo Occidente. Ora resta soltanto da aggiungere e puntualizzare che i valori tradizionali dell’Occidente non sono periti con l’avvento della modernità, ma che continuano a vivere a volte indeboliti ma a volte anche rafforzati dal confronto con principi opposti: insomma l’Occidente non ha perso la sua anima, e se pure essa è meno percepibile di un tempo ciò non giustifica l’abbandono della propria identità per assumerne una diversa e concorrente. CONCLUSIONI
Riassumiamo adesso i passaggi sin qui svolti: nel primo momento abbiamo definito l’identità occidentale sia nel suo ambito spaziale (non solo l’Europa ma anche la c.d. Magna Europa) che nei suoi contenuti con particolare riguardo all’elemento della tolleranza che è una sua proprietà; nel secondo momento siamo passati dal binario dell’identità a quello dell’ideologia, né abbiamo disegnato i contorni e abbiamo ripercorso le fasi della sua evoluzione cercando di intuire i suoi sviluppi futuri, ovvero l’integralismo e il nuovo totalitarismo della non-identità; nel terzo momento abbiamo analizzato il concetto di identità col suo elemento essenziale della tolleranza, e abbiamo dimostrato come la convivenza tra diverse identità sia possibile mentre è impossibile convivere con le ideologie; nel quarto momento abbiamo approfondito le problematiche dell’identità islamica alla luce delle riflessioni già svolte, concludendo che essa si trova in bilico tra l’integralismo e la conservazione di come è veramente; infine, nel quinto momento, abbiamo cercato di spiegare l’equivoco alla base del fascino che prova la destra per ciò che è orientale. L’ultimo passaggio che resta da compiere è un collegamento tra le nostre riflessioni e l’attualità politica: l’intervento militare in Iraq, nell’ordine di idee in cui ci muoviamo, non può che essere definito come l’offensiva della identità occidentale contro il principale fiancheggiatore delle degenerazioni ideologiche dell’integralismo. Dunque non uno scontro tra civiltà orientale e occidentale ma tra le identità e le ideologie che le minacciano. Una coalizione guerra necessitata e dovuta alla volontà di assicurare la pacifica convivenza di culture differenti. Lo scontro non è quindi tra l’ideologia del nulla e l’integralismo, tra imperialismo americano e popolo irakeno, ma tra l’identità occidentale e chi la minaccia. D’altronde non è un caso che i governi coinvolti siano fortemente legati alle proprie tradizioni nazionali: nell’occidente in particolare le destre conservatrici sono i soggetti politici che meglio di tutti, in virtù della loro estraneità a qualsiasi tentazione ideologica, possono affrontare la situazione attuale senza farla degenerare in scontri tra ideologie; non è un caso che il presidente degli Stati Uniti George W. Bush sia un esponente di quel conservatorismo compassionevole che con nomi diversi da nazione a nazione è presente in tutto l’occidente; non è un caso che il governo italiano, guidato dalla Casa delle Libertà, sia in prima linea in questa battaglia. Soltanto chi è immune dalle ideologie può vincerle. Soltanto vincendo gli intolleranti si potrà garantire l’armonia pluralistica e il reciproco rispetto tra le tante identità diverse che abitano il nostro pianeta.
di Francesco Marascio [1] Lo Stato Pontificio non è nato per realizzare una teocrazia, ma per assicurare l’indipendenza dell’Autorità Spirituale del Papa in una Europa politica che vedeva la decadenza dell’Impero e l’avanzata di monarchie nazionali. [2] La nozione di Grande Tradizione è utilizzata da Russel Kirk per definire il patrimonio europeo classico e cristiano. RUSSEL KIRK :“Le radici dell’ordine americano” trad. it. a cura di M. Respinti, Mondadori, Milano 1996. [3] La formula di Magna Europa è stata coniata dallo storico olandese della cultura Hendrik Brugmans. [4] Nicolàs Gòmez Dàvila: “In margine a un testo implicito” a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2001. [5] La tesi del passaggio del mediterraneo da centro a frontiera della cristianità è esposta in Henri Pirenne “Maometto e Carlomagno”, Laterza, Roma-Bari 200. [6] Russel Kirk: “Stati Uniti e Francia: due rivoluzioni a confronto” a cura di M. Respinti, Edizioni Centro Grafica Stampa, Bergamo 1995 [7] Sulla origine pre-moderna degli usa, Russel Kirk: “Le radici antiche della nazione statunitense” in “Stati Uniti e Francia: due rivoluzioni a confronto”, op. cit. [8] G. Sartori: “Pluralismo, multiculturalismo e estranei”, Rizzoli, Milano 2000. [9] G. Legitimo: “Sociologi cattolici italiani”, Volpe, Roma 1963 [10] G. Thibon: “Ritorno al reale”, Effedieffe, Milano 1998 [11] E. Burke: “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”, Ideazione, Roma 1998. [12] F. A. von Hayek: “La presunzione fatale”, Rusconi, Milano 1997. [13] P. Battista: “La fine dell’innocenza”, Marsilio, Venezia 2000. [14] F. Fukuyama: “La fine della storia e l’ultimo uomo”, Rizzoli, Milano 1992. [15] M. Veneziani: “Comunitari o liberal”, Laterza, Roma-Bari 1999. [16] G. Malgieri: “Il dialogo contro il pensiero unico”, intervento al seminario parlamentare sul dialogo tra le civiltà mediterranee svoltosi al Cairo, in “Percorsi di politica cultura, economia”, Febbraio 2001. [17] S. P. Huntington: “Lo scontro delle civiltà”, Garzanti, Milano 2000. [18] Sulle differenze tra islam e cristianesimo abbiamo ripreso la lucida analisi di Vittorio Messori e Andrea Brambilla in Messori-Brambilla: “ Qualche Ragione per credere”, Mondadori, Milano 1997. [19] Blaise Pascal: “Pensieri”, Rizzoli, Milano 2000 [20] G. Sartori: “Pluralismo, multiculturalismo e estranei”, Rizzoli, Milano 2000 [21] Card. G. Biffi: “Sulla immigrazione”, Elledici, Torino 2000. [22] V. Messori: “Qualche ragione per credere”, Mondadori, Milano 1996. [23] Ci si riferisce rispettivamente alla battaglia con cui Carlo Martello respinse l’avanzata musulmana giunta nel cuore dell’Europa, ed alla successiva avanzata musulmana che fu bloccata anche dagli 800 martiri della Fede cristiana ad Otranto. [24] Il testo cui ci si riferisce è: “Rivolta contro il mondo moderno”. [25] Il testo cui ci si riferisce è “Gli uomini e le rovine” [26] Il testo cui ci si riferisce è: “Oriente e Occidente” |
Gli autori
MASSIMARIO DEL PENSIERO CONSERVATORE
IDEOLOGIA:NEGAZIONE DI OGNI IDENTITA’
Manifesto delle identità e delle tradizioni
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